Psicologia in Palestina

David Pavón-Cuéllar

Tradotto dalla Brigata Basaglia e pubblicato originariamente sul loro blog, 27 novembre 2025

Abstract: Viene fornita una panoramica delle diverse forme che prende la psicologia rispetto alla Palestina e nel contesto dell’occupazione da parte dello Stato di Israele e della resistenza contro tale occupazione. In primo luogo, vengono esaminati criticamente vari studi che affrontano l’aspetto psicologico del cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Si distinguono due grandi categorie di lavori all’interno delle correnti principali della psicologia: quelli che cercano di spiegare e aiutare a risolvere il conflitto e quelli che tentano di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti. L’articolo approfondisce poi un’altra categoria di lavori che si rifanno in modo riflessivo a lavori precedenti e li mettono in discussione per la loro inadeguatezza culturale, l’eurocentrismo, il liberalismo, l’individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste questioni offrono uno sguardo su una psicologia critica emergente, una psicologia critica il cui potere risiede nel suo legame con il popolo palestinese.

Parole chiave: Palestina, Psicologia, Psicologia critica, Israele, popolo.

Traduzione a cura delle Brigata Basaglia (www.brigatabasaglia.org)

Introduzione

L’immagine abituale della Palestina è quella della sua devastazione, degli ultimi brandelli del suo territorio, di un popolo intrappolato tra le mura. È l’immagine di esplosioni, polvere, rovine, macerie, cadaveri, filo spinato, torri di guardia, campi profughi, donne in lacrime e bambini che lanciano pietre contro i carri armati israeliani. È così che la Palestina viene solitamente immaginata nel mondo e anche nell’ambiente accademico e professionale della psicologia.

Di solito gli psicologi immaginano la Palestina come un luogo che può solo essere un ricettacolo di oggetti della psicologia come il lutto, il dolore, la sofferenza, la depressione, l’ansia, l’aggressività, la violenza, la resilienza o disturbi come quello da stress post-traumatico. Questi oggetti, assimilati a ciò che viene descritto come il “conflitto” israelo-palestinese, vengono presentati agli psicologi di tutto il mondo come qualcosa che accade in Palestina e che richiede la loro attenzione per essere studiato, ricercato, spiegato, compreso, trattato, risolto e curato. È così che si pensa che la psicologia agisca o dovrebbe agire in relazione a questo territorio: operando per occuparsi di ciò che vi accade, occupandosene come se ciò fosse il suo obiettivo, applicandosi come se ciò fosse il suo problema.1

La Palestina tende ad essere concepita dagli psicologi come un luogo per gli oggetti della psicologia, ma non come un luogo per la psicologia. Come potrebbero svilupparsi le teorie e le pratiche psicologiche nella miseria della Palestina, tra le sue rovine e le sue macerie, nell’isolamento del suo assedio, nell’urgenza dei suoi abitanti di sopravvivere, nelle sue terre devastate e costantemente minacciate dallo Stato di Israele? Secondo questa idea, non ci sarebbero le condizioni per una psicologia in Palestina, ma solo per una psicologia della Palestina, su di essa, su ciò che vi accade.2

La psicologia lavorerebbe sulla Palestina come le altre scienze del mondo che studiano la Palestina, come le risoluzioni israeliane e statunitensi che riguardano anch’esse la Palestina, come il potere israeliano che grava sulla Palestina, come i droni e gli aerei militari di Tzahal che sorvolano la Palestina e lanciano anche delle bombe su di essa.
Con tutto questo e molto altro ancora che c’è e che ricade su di essa, comprendiamo che la Palestina possa sentirsi oppressa e che sia ricoperta dalle ferite e dalle cicatrici delle sue rovine, delle sue macerie e di tutto quello che immaginiamo quando la immaginiamo. La triste immagine di ciò che ci sarebbe in Palestina è quella di qualcosa di schiacciato e ferito da gran parte di ciò che gravita e precipita su di essa.

In realtà, per quanto pesante sia la situazione in Palestina, c’è ancora molto che resiste e si conserva in essa. La percezione stessa che lì rimangano solo rovine e macerie, polvere e cadaveri, coincide sospettosamente con l’orizzonte del progetto sionista di pulizia etnica destinato a realizzare il sogno di una terra senza popolo per un popolo senza terra. Al di là della fantasia su cui lo Stato di Israele fonda la sua legittimità, la Palestina è una terra con un popolo originario, il popolo palestinese, che ha migliaia di anni di storia, che mantiene viva una cultura raffinata e che recentemente sta sviluppando proposte artistiche, filosofiche e scientifiche molto originali, tra cui una psicologia che abbozzeremo alla fine di questo articolo.

Prima di arrivare alla psicologia del popolo palestinese, esamineremo criticamente diverse ricerche psicologiche sulla Palestina e, in particolare, sul cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese. Successivamente affronteremo una psicologia più connessa al popolo palestinese, che analizzeremo in lavori che riflettono sulle ricerche precedenti e le mettono in discussione per problemi quali la loro inadeguatezza culturale, il loro eurocentrismo, il loro liberalismo, il loro individualismo e i loro meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione. Queste prospettive critiche ci permetteranno di intravedere una psicologia critica emergente la cui forza risiede nella sua connessione con il popolo palestinese, con la sua lotta e la sua resistenza.

Il nostro primo contatto con la psicologia del popolo palestinese è avvenuto grazie a un eccellente articolo pubblicato di recente dai nostri colleghi Pedro Costa e Kíssila Mendes.Questo articolo ci ha spinto prima a leggere gli autori citati, poi a rintracciare alcuni dei loro riferimenti e, infine, a condurre un’ampia ricerca documentale sulla questione palestinese in campo psicologico. Ricercando con mezzi convenzionali come la ricerca negli indici delle riviste, la consultazione di revisioni sistematiche e lo studio metodico di testi accademici, abbiamo acquisito familiarità con una letteratura scientifica piuttosto ripetitiva e prevedibile, oltre che notoriamente parziale e tendenziosa, in cui prevalgono la lingua inglese, l’affiliazione a università israeliane o statunitensi, la pretesa di neutralità, la visione oggettivante che contraddistingue la psicologia sulla Palestina e il presupposto dell’esistenza di un “conflitto” tra Palestina e Israele.

Questa flagrante riproduzione accademica dei rapporti di potere prevalenti nella sfera politico-mediatica non ci ha impedito di scoprire improvvisamente, negli angoli e ai margini, indizi di ciò che qui rappresentiamo globalmente come la psicologia critica palestinese, cioè la psicologia del popolo palestinese, ispirata e legata ad esso, alle sue lotte e alle sue aspirazioni. Una caratteristica distintiva della psicologia critica palestinese, che la distingue nettamente da altre proposte psicologiche, è quella che la scrittrice Lina Meruane ha descritto come la “vocazione terroristica di chiamare le cose con il loro nome”.È grazie a per questa vocazione che si designa chiaramente ciò che il popolo palestinese sta vivendo come colonialismo, occupazione e genocidio, invece di ricorrere ad altre parole che servono più a nascondere che a mostrare. Una parola nascondiglio ben nota, una delle più utilizzate in campo psicologico, è quella di “conflitto”, con la quale si pretende di sintetizzare tutto ciò che accade tra Israele e Palestina.

La maggior parte delle ricerche psicologiche su ciò che accade in Palestina partono dal presupposto errato che si tratti di un “conflitto”.Basta soffermarsi un attimo sulla questione per rendersi conto che non si tratta di un conflitto, ma di qualcosa di completamente diverso: in primo luogo, un’offensiva unilaterale dell’invasore israeliano con il suo immenso potere economico, politico e militare scatenato contro il popolo palestinese per sbarazzarsene e impossessarsi del suo territorio dal Mar Mediterraneo al fiume Giordano; in secondo luogo, gli sforzi disperati di questo popolo per difendersi e sopravvivere in una situazione coloniale caratterizzata dall’asimmetria degli interessi e dallo squilibrio delle forze. Ciò che abbiamo qui, in altre parole, è la resistenza contro una situazione di pulizia etnica finalizzata alla spoliazione territoriale.In queste condizioni, descrivere come “conflitto” ciò che accade nel rapporto tra palestinesi e israeliani è tanto fallace e infame quanto lo sarebbe usare lo stesso termine per designare i rapporti tra gli indigeni americani e i colonizzatori europei, tra gli ebrei e i nazisti, o tra i neri e i bianchi sudafricani ai tempi dell’apartheid. Tuttavia, come vedremo ora, la parola “conflitto” è al centro di molte ricerche psicologiche su ciò che accade in Palestina, le quali, riducendo questi eventi a un conflitto, sono esempi di quella che è finita per essere conosciuta come “psicologia del conflitto israelo-palestinese.

La psicologia che cerca di spiegare e risolvere il “conflitto”

La maggior parte degli approcci psicologici al presunto conflitto possono essere raggruppati in due grandi categorie: una è quella dei lavori che trattano direttamente il “conflitto”, l’altra è quella degli studi che ne affrontano gli effetti sui soggetti. Nel primo gruppo predominano gli psicologi sociali, culturali e politici, mentre nel secondo abbondano psichiatri, psicoterapeuti e psicologi clinici e comunitari.

Gli psicologi del primo gruppo tendono a mettere le loro conoscenze, i loro metodi e le loro ricerche al servizio della spiegazione e della risoluzione del “conflitto”. Ciò li porta a concentrarsi sui fattori psicologici a cui attribuiscono la persistenza del conflitto, tra cui fattori cognitivi, emotivi, affettivi, comportamentali, relazionali o persino discorsivi e narrativi. In un classico lavoro di quasi 40 anni fa, ad esempio, Herbert Kelman sosteneva che il “conflitto” non era stato risolto perché era diventato un conflitto a somma zero in cui ciascuna delle parti negava l’identità e il diritto all’esistenza dell’altra parte.8  Pertanto,  l’unica  soluzione  era  il riconoscimento  reciproco  tra  israeliani  e palestinesi, con cui sarebbe stato possibile realizzare ciò che lo stesso Kelman concepì in seguito come un compromesso storico per convalidare le identità e soddisfare i bisogni fondamentali di entrambi i popoli.9

Tra i fattori che impedirebbero la riconciliazione tra il popolo palestinese e quello israeliano, Nadim Rouhana e Daniel Bar-Tal sottolineano le credenze sociali di entrambi i popoli.10 Il cambiamento di queste credenze sarebbe la chiave per risolvere il “conflitto”. Tuttavia, il cambiamento è difficile, poiché le credenze sarebbero funzionali per i popoli, aiutandoli ad affrontare la paura e le diverse difficoltà associate al “conflitto”.
Tra le credenze degli israeliani e dei palestinesi, quelle più ostili alla risoluzione del “conflitto” sarebbero quelle che si condensano e si consolidano nei pregiudizi e negli stereotipi di cui si occupa Moises Salinas.11 Questi, secondo Salinas, costituiscono i maggiori ostacoli alla pace tanto desiderata dagli abitanti della regione. Per raggiungerla, basterebbe superare la rappresentazione pregiudiziale e stereotipata che palestinesi e israeliani hanno l’uno dell’altro e che li porta ad attaccarsi solo per cercare di difendersi da ciò che si attribuiscono reciprocamente.

Inoltre, in modo difensivo, anche i popoli palestinese e israeliano si chiuderebbero in sé stessi. Non si ascolterebbero più a vicenda né dialogherebbero tra loro, tranne che in scambi strumentali, come ha sottolineato Julia Chaitin.12 Per questa autrice, l’ascolto e il dialogo sono le chiavi per la riconciliazione, poiché condizionano la possibilità di un cambiamento delle credenze sociali e di un riconoscimento reciproco.

Oltre alle credenze e alla mancanza di riconoscimento, recentemente Alon Ben-Meir ha preso in considerazione altri fattori che impediscono la risoluzione del “conflitto”, tra cui la resistenza psicologica, le esperienze passate, la percezione storica e le convinzioni religiose.13 Curiosamente, per Ben-Meir, questi e altri fattori sarebbero ancora più decisivi della disputa per la terra. Più che storico, sociopolitico ed economico, il nocciolo del “conflitto” sarebbe psicologico. La psicologizzazione, l’esagerazione dell’importanza della psicologia nel “conflitto”, è portata da Ben-Meir a un estremo rivelatore. Ben-Meir svela ciò che è in gioco nelle diverse spiegazioni psicologiche del conflitto a cui abbiamo fatto riferimento. Spiegando il “conflitto” principalmente attraverso la psicologia, si minimizza o addirittura si ignora la storia, la società, l’economia e la politica. Ciò permette di dimenticare le violenze dirette e indirette o strutturali che il sionismo ha perpetrato sui palestinesi da quasi un secolo: l’immenso furto di terre e altre proprietà, il saccheggio delle risorse, l’assedio, l’impoverimento culturale e socioeconomico, la distruzione di abitazioni e infrastrutture, il disprezzo e l’umiliazione, l’emarginazione e la segregazione, lo sfruttamento e oppressione, la repressione e persecuzione, la migrazione forzata, l’incarcerazione arbitraria e lo sterminio sistematico.
È indiscutibile che i danni inflitti dallo Stato di Israele ai palestinesi siano incomparabilmente maggiori di quelli inflitti dalla Palestina agli israeliani. Questa asimmetria scompare quando prestiamo attenzione solo all’aspetto psicologico del problema, giudicandolo il più importante e determinante. La considerazione unilaterale dell’aspetto psicologico ci fa anche perdere di vista il fatto che la violenza palestinese si distingue fondamentalmente da quella israeliana per essere difensiva e non offensiva, reattiva e non invasiva, da parte degli oppressi e non degli oppressori, per liberarsi e non per dominare, per sopravvivere e non per espandersi, con uno scopo di resistenza e non di colonizzazione. Tutto questo svanisce in un regno della psicologia in cui i palestinesi possono riconciliarsi con gli israeliani, rassegnarsi a ciò che accade, dimenticare, perdonare e lasciarsi alle spalle un debito storico semplicemente impossibile da ripagare. Apparentemente, invece di continuare ad amareggiarsi e indignarsi pensando alla colonizzazione, alla devastazione, all’esilio e al genocidio, i palestinesi dovrebbero pensare, con l’aiuto degli psicologi, a temi confortanti come quelli sottolineati dagli autori citati: la mancanza di riconoscimento reciproco in Kelman, le credenze sociali in Rouhana e Bar-Tal, i pregiudizi e gli stereotipi in Salinas, la mancanza di ascolto e dialogo in Chaitin, e la percezione storica e le convinzioni religiose in Ben-Meir. Queste categorie psicologiche sono come formule magiche per scongiurare e dissipare non solo la cattiva coscienza di Israele, ma anche il suo debito nei confronti dei palestinesi. Invece di pagare il debito, si sceglie di volatilizzarlo nella psicologia.

In questo modo, la prospettiva psicologica permette di relativizzare il danno oggettivo inflitto ai palestinesi, nonché di oggettivarlo e derealizzarlo per non doverlo riparare. Invece di risarcire i palestinesi lasciandoli tornare nei loro territori e restituendo loro terre, ulivi, case e villaggi, è molto più facile ed economico per lo Stato di Israele risolvere il “conflitto” avvalendosi dei propri psicologi per ottenere che i palestinesi riconoscano l’identità israeliana, cambino le loro convinzioni su Israele, ascoltino rispettosamente coloro che hanno sottratto loro il territorio, dialoghino cordialmente con loro e imparino a percepirli in modo diverso. La soluzione avviene quindi nella mente e non nella realtà, nel mondo psichico interno e non in quello socioeconomico esterno, come spesso accade nella psicologia, che, senza offrire nulla per porre fine alla violenza degli aggressori israeliani contro le loro vittime palestinesi, può solo rivittimizzare queste ultime incolpandole di ciò che soffrono ed esortandole a perdonare i veri colpevoli.

La psicologia che cerca di individuare, comprendere e trattare gli effetti del “conflitto”

In contrasto con i lavori appena citati, ce ne sono altri che sembrano politicamente meno discutibili, ma solo perché non sono così chiaramente ed evidentemente legati alla politica. Si tratta di lavori che non fanno riferimento diretto al “conflitto”, ma ai suoi effetti sulle vittime palestinesi. Molti effetti sono già di per sé psicologici, quindi non è necessario psicologizzarli per affrontare psicologicamente il “conflitto”.

Tra i vari effetti psicologici della violenza israeliana sulla Palestina, forse il più studiato è il disturbo da stress post-traumatico, in cui i soggetti rimangono spaventati, ansiosi e depressi per diversi mesi e persino anni dopo l’esperienza traumatizzante.

Esistono decine di pubblicazioni sullo stress post-traumatico dei palestinesi, nonché revisioni sistematiche di queste pubblicazioni.14 Sono state inoltre sistematicamente revisionate pubblicazioni su altri effetti psicologici del “conflitto” che non raggiungono le soglie del disturbo da stress post-traumatico, anche se comportano cambiamenti nel modo di pensare, sentire e agire, nonché danni al benessere dei soggetti.15 Esistono anche studi su altri effetti, tra cui i comportamenti violenti e antisociali,16 depressione, stress e ansia,17 insonnia e altri disturbi del sonno.18 Abbiamo qui un immenso accumulo di ricerche che dimostrano oggettivamente, con precisione e rigore, l’enorme sofferenza inflitta dallo Stato di Israele ai palestinesi.

Alcuni lavori non si limitano a rilevare gli effetti psicologici della violenza israeliana, ma cercano di comprenderli, indagando in particolare ciò che può attenuarli. Raija-Leena Punamäki e i suoi collaboratori, ad esempio, hanno dimostrato che lo stress post- traumatico dei bambini palestinesi è meno grave quando i genitori sono affettuosi con loro.19

Da parte loro, Rozanna Aitcheson e i suoi colleghi hanno individuato altri fattori favorevoli alla resilienza degli adolescenti, tra cui una maggiore autoregolazione, capacità di coping più solide, un atteggiamento ottimista e la percezione che la famiglia rappresenti il mondo come qualcosa di comprensibile.20

Ricerche come quella appena citata evidenziano l’importanza dell’atteggiamento e della percezione nell’esperienza dei palestinesi. Per comprendere meglio questo fattore soggettivo, Phillip Hammack sottolinea il peso delle narrazioni storiche e identitarie, tra cui le tragiche narrazioni di perdita e spoliazione.21 Il suo lavoro ci permette di intravedere come le narrazioni, influendo sulla soggettività, potrebbero contribuire ad alleviare le sofferenze dei giovani palestinesi.

Il sollievo può essere ricercato anche in modo strategico e metodico attraverso tecniche di riabilitazione come quelle implementate da Sofián El-Astal con gli studenti di Gaza, offrendo loro laboratori con meditazioni incentrate sul perdono ed esercizi di respirazione, espressione, auto-stimolazione e immaginazione di un luogo sicuro.22 Esistono ovviamente altri possibili trattamenti. Uno ben noto per la sua efficacia, utilizzato da Dana Bdier e Fayez Mahamid con adolescenti palestinesi traumatizzati, è la terapia cognitivo-comportamentale di esposizione prolungata, che consiste in un avvicinamento graduale ai ricordi e ai sentimenti legati al trauma.23

Senza dubbio è necessario trattare il trauma, ma ciò non è sufficiente quando la situazione traumatizzante persiste durante il trattamento. Finché lo Stato di Israele continuerà l’occupazione dei territori e continuerà la sua violenza mortale e devastante contro il popolo palestinese, le diverse tecniche psicoterapeutiche e riabilitative concepite da El-Astal, Bdier e Mahamid costituiscono semplici cure palliative che non curano il male, ma si limitano ad alleviare sintomi come quelli dello stress post- traumatico.
L’idea stessa di questo stress è fuorviante, poiché i palestinesi continuano a vivere in una situazione traumatica, non trovandosi in un momento già post-traumatico.

Diciamo che i palestinesi non sono ancora in un luogo sicuro ed è per questo che possono solo immaginarlo come nella tecnica di El-Astal. Dietro ciò che si immagina, la realtà materiale è fatta di totale insicurezza perché ci si trova in una situazione traumatica permanente, che, inutile dirlo, esiste di per sé, indipendentemente dalle narrazioni a cui si riferisce Hammack. Forse l’elaborazione dell’esperienza traumatica può essere favorita narrativamente, ma non è così che si porrà fine al trauma e si dissolverà ciò che è traumatizzante. Centinaia di migliaia di palestinesi rimarranno traumatizzati finché lo Stato di Israele continuerà a traumatizzarli, a molestarli, a minacciarli, a intimidirli, a perseguitarli e ad attaccarli con droni, proiettili e bombardamenti.

In condizioni di occupazione, spoliazione e guerra permanente, non ci si può affidare esclusivamente a fattori psicologici quali l’affetto paterno e l’ottimismo a cui fanno riferimento Punamäki e Aitcheson con i rispettivi collaboratori. Ciò che emerge da queste piccole soluzioni a grandi problemi non è altro che la debolezza e l’impotenza degli psicologi, così come, a volte, solo a volte, emerge anche la meschinità e la miseria della psicologia. La comprensione psicologica degli effetti non dovrebbe portarci a dimenticare la causa, la realtà materiale e storica della violenza di Israele contro la Palestina, per concentrarci sui fattori attenuanti o aggravanti.

Haj-Yahia e Makkawi: superare le insufficienze della psicologia sulla Palestina

Studi come quelli recentemente messi in discussione non solo presentano i problemi che abbiamo appena evidenziato, ma anche molti altri che sono stati acutamente identificati da diversi autori critici. Ciò che contraddistingue questi autori è che ammettono apertamente il nocciolo politico della questione, riferendosi chiaramente all’occupazione israeliana, senza nasconderla con la fantasia del “conflitto” e senza limitarsi a curarne gli effetti psicologici. C’è qui una sorta di buon senso che proviene dal popolo palestinese e che permette di rivolgersi criticamente contro le ricerche, le riflessioni e gli interventi della psicologia sulla Palestina che abbiamo esaminato nei due paragrafi precedenti.
Muhammad Al Haj-Yahia è stato un pioniere nel mettere in discussione le carenze metodologiche della ricerca psicologica in Palestina, l’utilizzo di scale occidentali culturalmente inadeguate al contesto e la mancanza di utilità e applicabilità per la

popolazione oggetto di studio.24 Dopo aver letto Haj-Yahia, Ibrahim Makkawi ha

completato la sua critica mettendo in discussione l’orientamento “riduzionista, individualista e positivista” della stessa psicologia che svolge ricerche in Palestina, nonché la sua pretesa di neutralità e il suo esclusivo scopo di “promozione accademica” senza effetti concreti sulla realtà.25 Secondo Makkawi, la maggior parte degli psicologi, psicoterapeuti e psichiatri non sarebbe al servizio del popolo palestinese, ma di se stessi e delle istituzioni o organizzazioni in cui sarebbero inseriti, siano esse governative o non governative.

Cercando le cause della disconnessione degli operatori di salute mentale rispetto al popolo palestinese, Makkawi le ha individuate negli Accordi di pace di Oslo del 1993. Gli accordi hanno istituito un quadro liberale che ha facilitato, regolamentato e promosso l’invasione di “finanziamenti provenienti dai paesi capitalisti occidentali” che, oltre a corrodere la “coesa comunità palestinese”, ha contribuito a indebolire le “antiche organizzazioni di volontariato di base” e sostituirle con organizzazioni non governative con “approcci individualistici al counseling e alla psicoterapia”.26 Queste organizzazioni disponevano di risorse sufficienti per cooptare numerosi psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, depoliticizzandoli e allontanandoli dal popolo palestinese, intrappolandoli nelle loro agende, logiche e priorità.

Ribellandosi alla depoliticizzazione e alla disconnessione dei suoi colleghi rispetto al popolo palestinese, Makkawi ha proposto una psicologia comunitaria critica, ripoliticizzata e riconnessa con il popolo.

La sua proposta si basava sul riconoscimento che la violenza scolastica e domestica, i comportamenti ad alto rischio, l’incapacità di emanciparsi e altri problemi di salute mentale derivano da fenomeni quali “l’occupazione continua, la violenza militare, il muro di separazione coloniale, i posti di blocco, l’embargo economico, l’aumento della povertà, la detenzione e la tortura, gli omicidi e le stragi, la chiusura delle scuole e la distruzione sistematica delle infrastrutture” in Palestina.27 Questi fenomeni oggettivi erano quindi al centro dell’attenzione del programma di “psicologia comunitaria critica non riduzionista” introdotto da Makkawi all’Università di Birzeit in Cisgiordania: un programma ispirato in parte dal pensiero latinoamericano impegnato, guidato da metodi come la ricerca-azione partecipativa di Orlando Fals Borda e accompagnato da una “psicologia sociale della liberazione” basata sia sulla proposta omologa di Ignacio Martín-Baró sia sull’”educazione dialogica” e sulla “coscienza” così come concepite da Paulo Freire.28 Il lavoro a Birzeit ha costituito un’eccezione in Palestina, dove la psicologia, la psicoterapia e la psichiatria tendono a rimanere confinate nel riduzionismo, nell’individualismo, nel positivismo, nell’accademismo e negli altri problemi diagnosticati da Makkawi.

Meari e Jabr: Nakbasumud e intifada

La diagnosi di Makkawi trova conferma negli studi psicologici e psichiatrici sul trauma in Palestina. In questi studi, Lena Meari ha individuato un orientamento “eurocentrico” e “liberale” che tende a individualizzare, psicologizzare, depoliticizzare e decontestualizzare il trauma, vedendo i palestinesi non più come attori, ma come semplici vittime, il che ha “ramificazioni soggettive e politiche pregiudizievoli per la lotta anticoloniale”.29 In alternativa, ciò che Meari propone si riassume nel concetto palestinese di sumud, inteso non come semplice resilienza psicologica, ma come capacità politica di resistenza, come «forza indefinibile che rappresenta la possibilità di una prassi politica al di fuori dell’ambito delle forme normalizzate della politica», una «fermezza» che è «un divenire rivoluzionario costante che apre la possibilità di un regime alternativo dell’essere, di un’identità relazionale etico-politica».30 Tutto ciò, che permette di resistere efficacemente all’occupazione israeliana, rischia di perdersi quando gli operatori della salute mentale psicologizzano e quindi depoliticizzano il trauma dell’occupazione, il sumud palestinese e il modo in cui si manifesta nella resistenza, nell’intifada.

In accordo con Meari, Samah Jabr ha osservato come gli psicologi, psichiatri e psicoterapeuti possono finire per indebolire il sumud l’intifada, la fermezza e la resistenza dei palestinesi, oltre che esacerbare le loro sofferenze, sostenendo che «i problemi sono nella loro testa».31 Jabr ha anche concordato con Meari nel criticare in particolare la nozione individualista occidentale di trauma perché non corrisponde né alla realtà storica, né alla specificità culturale, né alla natura collettiva dell’esperienza palestinese di «umiliazione, oggettivazione, abbandono forzato ed esposizione quotidiana a stress tossico».32 Ignorando questa esperienza, una diagnosi forzata come quella del disturbo da stress post-traumatico servirebbe solo a patologizzare l’individuo «senza  offrire  soluzioni  per  un  contesto patogeno»33  e  senza  cogliere  appieno «l’esperienza del trauma storico dei palestinesi, un trauma deliberato, coloniale, continuo, collettivo, cumulativo e intergenerazionale», nonché «sistematicamente inflitto», che «si ripercuote su tutti gli ambiti della vita, della salute, identità, cultura ed economia”.34 Questi tratti dell’esperienza dei palestinesi costituiscono il filo conduttore della teoria del trauma storico sviluppata da Jabr.

Il paradigma del trauma storico è la Nakba, concepita da Jabr non solo come la catastrofe provocata dagli israeliani quando espulsero dalle loro terre quasi un milione di palestinesi nel 1948, ma come tutto ciò che si scatenò in quel momento e perdura fino ai giorni nostri, ciò che viene vissuto come un “insulto rinnovato”, come ” sofferenza accumulata”, come “ferita mai guarita”, come “immagine di sé danneggiata” che si trasmette di generazione in generazione.35 L’unico rimedio a questa esperienza traumatica si trova, secondo Jabr, oltre il piano psicologico individuale, nella «cura collettiva attraverso narrazioni popolari, rituali e rappresentazioni simboliche»,36 ma soprattutto nel sumud nell’intifada, nella fermezza e in una lotta di resistenza «umanizzante» che permette di superare il senso di impotenza e garantire la «coerenza cognitiva attraverso il rifiuto dell’oppressione», così come nella solidarità internazionale che «convalida l’umanità dei palestinesi riconoscendo i loro sentimenti e la loro soggettività».37 L’unico rimedio al trauma è quindi politico, il che, secondo Jabr, è coerente con il fatto che anche la causa del trauma è politica.

Farajallah, gli Sheehi e il team di Hakim: politica, storia e contesto della psicologia in Palestina

Il riconoscimento del fattore politico, sia per quanto riguarda le cause che rispetto alla cura del trauma palestinese, lo si trova anche nel lavoro di Iman Farajallah. Questo autore condivide il punto di vista di Sami Owayda, rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a Gaza, quando ammette che la causa del trauma è l’occupazione e che quindi «la soluzione è politica e non psicologica».38 Tra le strategie proposte da Farajallah per superare la continua esperienza traumatica, sono significative quella di “continuare a sostenere la causa palestinese” e quella di evitare di “normalizzare o perdere la speranza”.39 Lavorare per la salute mentale in Palestina richiede di andare oltre la psicoterapia individuale o di gruppo e di unirsi al popolo palestinese nelle sue campagne e proteste di piazza contro l’ingiustizia di cui è vittima.

Grazie al suo legame con il popolo palestinese, Farajallah ha il buonsenso di riconoscere che solo l’azione politica consente di andare oltre le cure palliative, affrontando “la radice” del trauma con “un approccio olistico che includa la fine dell’occupazione”.40 Qualcosa di così semplice ed evidente come ciò che riconosce Farajallah è ciò che spesso si perde di vista nella psicologia che si occupa di ciò che accade in Palestina e, in particolare, nelle sue proposte di trattamenti apolitici di disturbi traumatici decontestualizzati. In tali trattamenti, infatti, il contesto politico della colonizzazione israeliana scompare dietro lo schermo psicologico delle sue conseguenze traumatiche per gli individui traumatizzati.

Allo stesso modo di Jabr e Farajallah, Lara e Stephen Sheehi sottolineano come il colonialismo di insediamento o colonizzazione, con il suo aspetto “psicologico” ed “estrattivo dal punto di vista psicologico”, può essere mascherato dai professionisti della salute mentale con i loro discorsi incentrati sulla “normalizzazione”, il “trauma” e la “resilienza”.41

Gli Sheehi denunciano anche come i paradigmi della “vittima del trauma” e della “resilienza apolitica” servano solo a “svuotare i soggetti palestinesi dei loro mondi interiori, delle loro politiche sessuali e di genere, delle loro condizioni materiali e dei loro contesti politici”.42 Questa depoliticizzazione e smaterializzazione accompagnano inevitabilmente la psicologizzazione di ciò che hanno sofferto i palestinesi.

La tendenza degli psicologi a psicologizzare e mistificare in altri modi ciò che accade in Palestina è accuratamente dimostrata e denunciata nel lavoro analitico di Nader Hakim e dei suoi colleghi.43 Questi autori offrono una revisione critica sistematica dei lavori esistenti di psicologia sociale sperimentale sulla Palestina, in cui scoprono che si tende a descrivere il contesto come “conflitto”, a equiparare in modo ingannevole le violenze della Palestina e di Israele, a ignorare le circostanze materiali e a ridurre le variabili indipendenti materiali a fattori psicologici quali sentimenti e atteggiamenti. In generale, come osservano Hakim e il suo team, la maggior parte dei lavori di psicologia sociale sulla Palestina sono caratterizzati dalla destoricizzazione e dalla decontestualizzazione di ciò che indagano, evitando di riconoscere il contesto “come uno di occupazione” e mascherando il rapporto “tra i membri di uno Stato colonizzatore e gli abitanti nativi di quella terra” con l’immagine di due gruppi di “trasgressori” in “conflitto”.44

Per spiegare l’insieme di pregiudizi e mistificazioni che rilevano, Hakim e i suoi collaboratori fanno riferimento alla «scarsa rappresentanza di partecipanti e ricercatori palestinesi».45 Questo fattore è problematico perché implica fin dall’inizio, fin dalla progettazione stessa delle ricerche, un carattere fondamentalmente distorto, parziale e tendenzioso a favore della prospettiva israeliana. Inoltre, ciò che più ci interessa in questo contesto è che la mancanza di rappresentanza del popolo palestinese nelle ricerche impedisce di apprendere tutto ciò che questo popolo può insegnarci.

La psicologia critica e il suo legame con il popolo palestinese

L’insegnamento del popolo palestinese è proprio ciò che contraddistingue le opere di autori critici come quelli appena citati. Ciò che distingue questi autori non è esattamente il fatto di essere palestinesi e non israeliani, poiché alcuni di loro, in realtà, non sono nemmeno palestinesi. Ciò che li contraddistingue è piuttosto ciò che questi autori hanno umilmente imparato dal popolo palestinese, dalla sua esperienza storica di sofferenza, lotta e resistenza.46

Ciò che il popolo palestinese ha insegnato trasforma gli autori critici in portavoce, rappresentanti e intellettuali organici del popolo, consentendo loro persino di assimilarne lo spirito. Grazie a tale assimilazione, autori come Jabr e Makkawi possono pensare con il popolo e come il popolo. Si distinguono così dagli esperti convenzionali citati in precedenza, come Kelman, Ben-Meir, Hammack, El-Astal o Bdier e Mahamid, che tendono a porsi al di sopra delle conoscenze popolari e a lasciarsi guidare esclusivamente dalle conoscenze accademiche e professionali in campo psichiatrico e psicologico.

Così come il legame con il popolo palestinese non è un privilegio degli psichiatri e degli psicologi palestinesi, allo stesso modo il distacco e l’allontanamento da esso non è un problema solo degli israeliani, degli europei e degli americani che lavorano nella regione, ma anche di molti psichiatri e psicologi palestinesi. Molti di loro devono o preferiscono lavorare come scienziati o esperti depoliticizzati, come professionisti o accademici distaccati e lontani dal popolo palestinese, al servizio di istituzioni o organizzazioni che operano nel quadro liberale degli Accordi di Oslo del 1993, che garantiscono la coesistenza di israeliani e palestinesi in condizioni di occupazione, colonizzazione, dominio, oppressione e annientamento di questi ultimi dai primi.47 In condizioni come queste, il normale lavoro della psichiatria e della psicologia, così come concepita in Israele, Europa e Stati Uniti, ha logicamente richiesto di disconnettersi e prendere le distanze dal popolo palestinese.

Il distacco e l’allontanamento dal popolo palestinese si traducono logicamente e necessariamente in punti ciechi, deboli e problematici nelle ricerche che riguardano lo stesso popolo, punti facilmente individuabili dagli autori che rimangono vicini al popolo e internamente connessi con esso. Grazie a questa connessione, gli autori critici sono nella posizione migliore per discernere gli errori, le lacune, i pregiudizi e gli altri problemi dei lavori psicologici in cui si cerca di spiegare e risolvere il presunto conflitto o di individuare, comprendere e trattare i suoi effetti sui soggetti.

Questa psicologia sulla Palestina rivela la sua inadeguatezza culturale, il suo eurocentrismo, il suo liberalismo, il suo individualismo e i suoi meccanismi di psicologizzazione, depoliticizzazione, destoricizzazione e decontestualizzazione quando viene giudicata in Palestina, dalla Palestina, dal punto di vista del popolo palestinese, che è proprio il punto di vista adottato dalla psicologia critica palestinese.

Oltre alla loro capacità critica, gli psicologi critici palestinesi possono trasmetterci molto di ciò che imparano positivamente dal popolo palestinese. Una parte di questo apprendimento è evidente in diverse lezioni per la psicologia, tra cui otto che esamino minuziosamente altrove, mostrando come aprono vie alternative per sfuggire alle inerzie dominanti in ambito psicologico accademico e professionale: la connessione con il popolo come rimedio contro l’isolamento di professori e professionisti; la visione dal basso per sfidare le prospettive elitarie dominanti; la decolonizzazione di fronte alla dipendenza e al dominio delle epistemologiei europee-statunitensi; la territorializzazione per porre fine all’universalismo; la rievocazione di fronte all’amnesia; la collettivizzazione di fronte all’individualismo liberale; la risoggettivazione  contro  l’oggettivismo  e  la  ripoliticizzazione  per  superare  lo psicologismo.48 Queste lezioni e altre ancora potrebbero cambiare profondamente la psicologia e altre scienze umane e sociali insegnate nelle università e praticate nelle società di tutto il mondo. Tuttavia, difficilmente ciò avverrà, poiché il cambiamento è  ostacolato  da  fattori  avversi  e insormontabili:  fattori  strutturali economici, politici e ideologici inerenti all’attuale fase storica di consolidamento del capitalismo, che, tra l’altro, contribuiscono anche a perpetuare la violenza dello Stato di Israele.

Conclusione

La violenta occupazione israeliana dei territori palestinesi è sostenuta dalla struttura capitalista con la sua logica neocolonialista imperialista, espansionista, razzista ed estrattivista. Questa struttura è la stessa che mantiene il dominio di certi modelli psicologici strutturalmente funzionali al capitalismo.49 Per quanto riguarda le alternative nella psicologia critica, non possono che essere marginalizzati e resistere con enormi difficoltà, proprio come il popolo palestinese, ma ovviamente su piani diversi e con implicazioni vitali incomparabili.

Pur rispettando il divario che si apre tra la vita e la sua teorizzazione, forse dovremmo lasciarci guidare dal popolo palestinese nel riconsiderare cosa significhino emarginazione e resistenza, così come trasgressione e sovversione, per noi che affrontiamo criticamente i discorsi teorici della psicologia. Non è forse ciò che hanno fatto gli psicologi critici palestinesi nel mettere in discussione le ricerche psicologiche sulla Palestina? La messa in discussione è stata fatta dalla Palestina, in Palestina, ma non esattamente come luogo geografico, bensì come posizione politica di marginalità e resistenza, di trasgressione e sovversione, di fermezza intesa come sumud e di lotta intesa come intifada.

Certamente, per quanto politicizzata, la psicologia critica palestinese svolge un lavoro teorico rigoroso, coerente e piuttosto elaborato. Tuttavia, se qui c’è teoria, è in un senso molto preciso che è stato acutamente colto da Ilan Pappé in diversi teorici palestinesi: il senso paradossale di una “teorizzazione pratica” realizzata in spazi marginali, legata alla resistenza, inserita in una cultura “intrecciata con la lotta politica” e necessariamente “rilevante per la lotta di liberazione”.50 Questo tipo di teorizzazione è ciò che ha prodotto proposte di psicologia critica palestinese come quelle che abbiamo esaminato qui.

Come abbiamo visto, gli psicologi critici palestinesi desiderano mettere le loro risorse teoriche e pratiche al servizio del loro popolo e della sua lotta di liberazione. Aspirano quindi a una psicologia liberatrice, ma sanno che ciò è possibile solo, come ci ha insegnato Martín-Baró in America Latina, quando la psicologia stessa riesce a liberarsi dalle proprie catene.51 Nel caso della Palestina, queste catene sono proprio ciò a cui si riferiscono le critiche di ciascuno degli autori citati: l’inadeguatezza culturale in Al Haj-Yahia, il riduzionismo e l’individualismo in Makkawi, la psicologizzazione in Jabr e Meari, la depoliticizzazione in Farajallah, la normalizzazione negli Sheehi e la destoricizzazione e la decontestualizzazione in Hakim e nei suoi colleghi.

Le catene della psicologia sono l’oggetto della psicologia critica palestinese che, rivolgendosi criticamente su sé stessa, cerca di liberarsi dalle catene che le impediscono di essere liberatrice per il popolo. Comprendiamo che è infine grazie al popolo, alla sua lotta di liberazione, che qualcosa come la psicologia critica può avere senso in contesti in cui il popolo stesso ha bisogno di liberarsi per salvarsi, per sopravvivere, per non essere annientato dal potere brutale che lo domina.

NOTE

Cfr. Daniel Bar-Tal, “Israeli-Palestinian Conflict: A Cognitive Analysis”, International Journal of Intercultural Relations 14, n. 1 (1990): 7-29.

Cfr. Moises F. Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain: The Psychology of the Israeli- Palestinian Conflict (Westport: Praeger, 2007).

Cfr. Pedro A. Costa e Kíssila Mendes, “Lessons from Psychology in Palestine: More than Psychotherapy, We Need a Truly Community Psychology”, Psychotherapy & Politics International 23, n. 1 (2025): 1-15.

4  Lina Meruane, Palestina en pedazos (Città del Messico: Random House, 2014), 144.

Cfr. Elizabeth Matthews, The Israel-Palestine Conflict: Parallel Discourses (Londra: Routledge, 2011).

6  Vedi Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine (Londra: Oneworld, 2006).

7  Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain.

Herbert C. Kelman, “The Political Psychology of the Israeli-Palestinian Conflict: How Can We Overcome the Barriers to a Negotiated Solution?”, Political Psychology 8, n. 3 (1987): 347- 363.

Herbert C. Kelman, “The Israeli-Palestinian Peace Process and its Vicissitudes: In-sights

from Attitude Theory”, American Psychologist 62, n. 4 (2007): 287-303.

10 Nadim Rouhana e Daniel Bar-Tal, “Psychological Dynamics of Intractable Ethnon-ational Conflicts: The Israeli-Palestinian Case”, American Psychologist 53, n. 7 (1998): 761-770.

11  Salinas, Planting Hatred, Sowing Pain.

12 Julia Chaitin, “How Can We Speak to One Another? Dialogue Between Jews and Palestinians on the Path to Peace and Social Change”, in Peace-Building in Israel and Palestine: Social Psychology and Grassroots Initiatives (New York: Palgrave Macmillan, 2011), 55-75.

13 Alon Ben-Meir, “Psychological Impediments Are at the Core of the Israeli–Palestinian Conflict”, Politics & Policy 51, n. 3 (2023): 488-503.

14 Cfr. Marie Mohammad, Sana SaadAdeen e Maher Battat, “Anxiety Disorders and PTSD in Palestine: A Literature Review”, BMC Psychiatry 20 (2020): 1-18. Cfr. anche: Nisreen Agbaria et al, “Prevalence of Post-Traumatic Stress Disorder Among Palestinian Children and Adolescents Exposed to Political Violence: A Systematic Review and Meta-Analysis”, PLoS one 16, n. 8 (2021): 1-20.

15  Vedi Lynsay Ayer, et al., “Psychological Aspects of the Israeli-Palestinian conflict: A Systematic Review”, Trauma, Violence, & Abuse 18, n. 3 (2017): 322-338.

16 Eric Dubow, et al., “Serious Violent Behavior and Antisocial Outcomes as Conse-quences of Exposure to Ethnic Political Conflict and Violence Among Israeli and Pales-tinian Youth”, Aggressive Behavior 45, n. 3 (2019): 287-299.

17 Belal Aldabbour, et al, “Psychological Impacts of the Gaza War on Palestinian Young Adults: A Cross-Sectional Study of Depression, Anxiety, Stress, and PTSD Symptoms”, BMC Psychology 12, n. 1 (2024): 696-705.

18 Fayez Mahamid, Bilal Hamamra e Dana Bdier, “Traumatic Events Predict Sleep

Disturbance Among Palestinians: The Moderating Roles of Resilience and Posttraumatic Growth”, Traumatology (2025, in stampa).

19 Raija-Leena Punamäki, Samir Qouta e Eyad El-Sarraj, “Resiliency Factors Predicting Psychological Adjustment After Political Violence Among Palestinian Children”, International Journal of Behavioral Development 25, n. 3 (2001): 256-267.

20  Rozanna Aitcheson, et al., “Resilience in Palestinian Adolescents Living in Gaza”, Psychological Trauma: Theory, Research, Practice, and Policy 9 (2011): 36-43.

21 Phillip L. Hammack, Narrative and the Politics of Identity: The Cultural Psychology of Israeli and Palestinian Youth (Londra: Oxford University Press, 2010).

22 Sofián El-Astal, “Memorie traumatiche e stress post-traumatico nei bambini e nei

giovani palestinesi della Striscia di Gaza”, Pensando Psicología 12 (2016): 5-12.

23 Dana Bdier e Fayez Mahamid, “L’efficacia di un programma terapeutico di gruppo basato sulla terapia dell’esposizione prolungata nella riduzione dei sintomi del disturbo da stress post-traumatico in un campione di adolescenti palestinesi traumatizzati”, Journal of Psychosocial Rehabilitation and Mental Health 10, n. 2 (2023): 277-286.
24 Muhammad Al Haj-Yahia, “Challenges in Studying the Psychological Effects of Palestinian Children’s Exposure to Political Violence and Their Coping With This Traumatic Experience”, Child Abuse & Neglect 31 (2007): 691-697.

25 Ibrahim Makkawi, “Verso un paradigma emergente di psicologia critica di comunità in Palestina”, The Journal of Critical Psychology, Counselling and Psychotherapy,

9, n. 2 (2009): 81-83.

26 Ibrahim Makkawi, “Psychology of the Oppressed: Encounters with Community Psychology in Palestine”, Global Journal of Community Psychology Practice 3, n. 4 (2012): 371- 372.

27 Ibid., 372.

28 Ibrahim Makkawi, “The Rise and Fall of Academic Community Psychology in Palestine and the Way Forward”, South African Journal of Psychology 47, n. 4 (2017): 485-487.

29 Lena Meari, “Reconsidering Trauma: Towards a Palestinian Community Psychology”, Journal of Community Psychology 43, n. 1 (2015): 81.

30 Lena Meari, “Sumud: A Palestinian Philosophy of Confrontation in Colonial Prisons”, South Atlantic Quarterly 113, n. 3 (2014): 549

31 Samah Jabr, Sumud en tempos de genocidio (Rio de Janeiro: Tabla, 2024), 29.

32 Ibid., 56.

33  Ibid., 60.

34 Ibid., 175-176.

35  Ibid., 49.

36  Ibid., 50.

37 Ibid., 117-119.

38 Iman Farajallah, “Continuous Traumatic Stress in Palestine: The Psychological Effects of the Occupation and Chronic Warfare on Palestinian Children”, World Social Psychiatry 4, n. 2 (2022): 116.

39  Ibid., 117.

40 Iman Farajallah, “Behind the Rubble: Psychological Trauma of Wars and Human Rights Abuses on Women and Children in Gaza”, Anatolian Clinic the Journal of Medical Sciences 29 (2024): 132-133.

41 Stephen Sheehi e Lara Sheehi, Psychoanalysis Under Occupation: Practicing Resistance in Palestine (Londra: Routledge, 2022), 7.

42  Ibid., 11.

43 Nader Hakim, et al., “Turning the Lens in the Study of Precarity: On Experimental Social Psychology’s Acquiescence to the Settler-Colonial Status Quo in Historic Palestine”, British Journal of Social Psychology 62 (2022): 21-38.

44  Ibid., 31.

45  Ibid., 32.

46 Costa e Mendes, “Lessons from Psychology in Palestine”, 1-15.

47  Haidar Eid, Decolonizing the Palestinian Mind (Barcellona: Verso, 2014).

48 David Pavón-Cuéllar, «Ocho lecciones del pueblo palestino para la psicología», Teoría y Crítica de la Psicología 22 (2025): 88-106.

49  David Pavón-Cuéllar, Psicología crítica: definición, antecedentes, historia y actual (Città del Messico, Itaca, 2019).

50 Ilan Pappé, “Culture and Resistance in Imagining Palestine”, in Sumud. A New Palestinian Reader, a cura di Malu Halasa e Jordan Elgrably (New York: Seven Stories Press, 2025), 47-62

51 Cfr. Ignacio Martín-Baró, «Hacia una psicología de la liberación», in Psicología de la liberación, ed. Amalio Blanco (Madrid: Trotta, 1991), 283-302.

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El síntoma Seligman

Presentación del libro Contra la psicología positiva: crítica althusseriana y lacaniana de la psicología neoliberal (Quito, Religación Press, 2025) de Luis Pablo López Ríos, el 29 de octubre de 2025, en el Cuarto Congreso Internacional de Investigación en Psicología, Morelia, Michoacán, México

David Pavón-Cuéllar

Despertamos, abrimos los ojos y miramos el mundo. Ya no lo miramos enmarcado en las ventanas o impreso en el papel del periódico, sino a través de las pantallas, las de televisión y ahora cada vez más las de computadoras, tabletas y teléfonos inteligentes. La tecnología está mediando en lo que vemos, filtrándolo, maquillándolo, disimulándolo y distorsionándolo según los intereses por los que se rigen los algoritmos.

A través y a pesar de todo lo que nubla nuestra visión, logramos ver mucho de lo que hay detrás de las pantallas. Ahí está el agua lodosa que inunda las calles de Veracruz. Más allá, fuera de México, están los grises y polvorientos escombros de Gaza que se extienden hasta el horizonte. Entre los escombros, hay niños palestinos asesinados o mutilados por las bombas israelíes. Vemos también a Netanyahu, Trump, Milei, Noboa y los demás neofascistas que sonríen satisfechos y que se lanzan contra los pobres, contra los indígenas, contra los inmigrantes, contra los inconformes.

Además de lo que vemos, está lo que alcanzamos a saber. Sabemos que los exponentes del neofascismo defienden rabiosamente la versión extrema neoliberal de un sistema capitalista que no deja de explotarnos, robarnos, empobrecernos y transformar todo lo vivo en más y más dinero muerto. Sabemos que el capital, con su lógica de sobreproducción y sobreconsumo, está devastando el planeta y provocando catástrofes como la de Veracruz. También sabemos que la devastación amenaza incluso nuestra subsistencia como humanidad.

Lo que sabemos es tan desolador como lo que entrevemos a través de las pantallas. No es mejor lo que percibimos y sentimos directamente, más acá, a nuestro alrededor: las temperaturas cada vez más altas, la naturaleza cada vez más degradada, los campos cada vez más contaminados y erosionados, los campesinos extorsionados y asesinados por el crimen organizado, nuestros colegas embrutecidos y fascistizados, nuestras vidas vaciadas y precarizadas por el neoliberalismo, nuestras actividades laborales uberizadas y transformadas en lo que el anarquista David Graeber describe elocuentemente como “trabajos de mierda”.

Ante la desolación que nos rodea, ¿cómo no comprender a quienes prefieren cerrar sus ojos y sus bocas, sus ventanas y sus puertas, y encerrarse dentro de sí mismos, en el garaje de la vida? Esta metáfora del garaje proviene de un pasaje de Martin Seligman, el creador, promotor y principal exponente de la llamada “psicología positiva”. Seligman parece mostrarse comprensivo con quienes, en “épocas de dificultades”, se refugian en “el garaje de la vida”, pero lamenta la situación en la que se encuentran, describiéndola de forma desgarradora –lo cito– como un encerramiento “con escasos y efímeros placeres, con muy pocas gratificaciones y sin encontrar un sentido a la existencia”.

Es claro que la vida en el garaje no es precisamente feliz y agradable. Si nos refugiamos en el garaje, no es para entregarnos ahí al placer y a la alegría, sino para huir del fin del mundo que hay afuera, para protegernos del apocalipsis provocado por el capitalismo neoliberal y neofascista. Seligman prefiere hablar simplemente de una “época de dificultades”, pero no es tan tonto como parece y sabe muy bien de qué habla. Es por esto que se muestra comprensivo con quienes nos encerramos en el garaje de la vida, pero quiere salvarnos, convenciéndolos de que hay lo que él describe, en un arrebato de pasión y exaltación, como un “camino de salida que nos conduce por un campo de placer y gratificación, por las cimas de la fortaleza y la virtud, y al final, por las cumbres de la realización duradera: el sentido y la determinación de la vida”.

Cuando un mexicano como yo lee el exaltado pasaje que acabo de citar, es difícil no preguntarse de cuál habrá fumado Seligman. Dicho de modo más elegante y más acorde a un Congreso Internacional de Psicología, ¿qué sustancia psicoactiva habrá consumido el gurú de la psicología positiva para tener de pronto la visión de un resplandeciente camino de salida en los muros del garaje, cuando él mismo acaba de reconocer que afuera, en el mundo exterior, sólo está la oscuridad y la desolación de los tiempos difíciles?  Si afuera es el apocalipsis, ¿adónde está saliendo Seligman para descubrir ese paisaje con flores y arcoíris donde él mismo descubre, en sus propios términos, campos de placer y gratificación, cimas de fortaleza y virtud, cumbres de la realización duradera?

El supuesto exterior al que Seligman quiere llevarnos, liberándonos de nuestro garaje, no es el exterior del mundo real, sino que se trata de un mundo ideológico, imaginario, fantástico. Se trata, entonces, de un mundo interior y no de un mundo exterior. El camino de Seligman, por lo tanto, no es un camino de salida, como él pretende, sino un camino de entrada, un camino de ensimismamiento, que nos vuelve hacia nosotros mismos y nos conduce a nuestro mundo interior, mental, psíquico, del que se ocupa la psicología.

Lo que Seligman quiere no es liberarnos de nuestro garaje, sino dejarnos dentro, pero imaginando que no estamos ahí en el garaje, sino en un paraíso terrenal digno de una ilustración de la Biblia para Niños. La idea es encontrar la seguridad, la tranquilidad y la felicidad en el interior de uno mismo, en la relación consigo mismo. ¿Acaso no tenemos aquí una síntesis reveladora de lo que hace toda la psicología? Esto es lo que nos muestra convincentemente Luis Pablo López Ríos en su maravilloso libro Contra la psicología positiva que ahora estoy presentando.

López Ríos concentra su crítica en la propuesta de Seligman, pero esta propuesta le sirve como un ejemplo, como un caso paradigmático del conjunto de la psicología. Es toda la psicología la que se revela en Seligman, en su franqueza y desfachatez, en su aparente simplicidad y candidez, en su lado absurdo y esperpéntico, en visiones extravagantes como la bíblica del garaje a la que acabo de referirme. Todo esto contribuye a que Seligman sea el psicólogo ideal para efectuar una crítica de la psicología como la que López Ríos nos ofrece en su libro. Entre los muchos aciertos de López Ríos en su libro, está el de la elección de su víctima, de aquel a quien se dirige la crítica.

López Ríos elige a Seligman para su análisis porque Seligman delata de algún modo lo que otros psicólogos callan. Es verdad que lo delata sin querer, por accidente, de modo sintomático, lo cual requiere una lectura sintomal, de tipo althusseriano, como la que López Ríos efectúa de modo insuperable. Esta lectura es requerida, pero porque el síntoma está ahí, listo para ser leído. Tenemos ahí, ante nuestros ojos, el síntoma Seligman en el que se descubre la grave enfermedad constitutiva de la psicología, una enfermedad que es también la del capitalismo, especialmente en su cuadro agravado neoliberal que nos hace huir a refugiarnos en el garaje de la vida y en las visiones que aparecen en los muros.  

Así como el neofascismo de Trump es un síntoma de todo lo que va mal en el capitalismo neoliberal, de igual modo la psicología positiva de Seligman es un síntoma de todo lo que va mal en la psicología en los tiempos difíciles del neoliberalismo. Las ya mencionadas franqueza y desfachatez de Seligman, de hecho, son muy parecidas a la franqueza y la desfachatez de Trump, lo que no excluye, desde luego, que haya otros psicólogos que encarnen aún mejor a Trump, como el famoso Jordan Peterson y el más sórdido y menos conocido Kevin McDonald.

Lo interesante de Seligman, lo propiamente sintomático, es que se opone abiertamente a Trump y muestra siempre cierta corrección política, pero sin dejar de revelar de modo políticamente incorrecto aquello que habita en esta corrección. Digamos que es una mezcla de republicano y demócrata. Quizás incluso podamos considerarlo un síntoma de la actual indistinción entre demócratas y republicanos, entre neoliberales y neofascistas, entre políticamente correctos y políticamente incorrectos.

Las dos caras del síntoma Seligman, la correcta y la incorrecta, son bien detectadas por López Ríos en su lectura sintomal del pasaje previamente citado en el que Seligman pretende liberarnos del garaje a través del camino que parece abrirse en una de las paredes. En este pasaje tan sintomático, tal como es leído sintomalmente por López Ríos, la corrección y la incorrección aparecen como claridad y opacidad. Es al ser aparentemente claro que Seligman se muestra políticamente correcto, pero esta corrección política se transparenta y se disipa cuando la sometemos a una lectura sintomal que revela su opacidad y penetra en ella, como lo hace magistralmente López Ríos.

Como lo muestra López Ríos en el pasaje del garaje, lo claro y políticamente correcto es la historia inocente y reconfortante de los tiempos difíciles, del sujeto que se encierra en el garaje y de Seligman que aparece como su ángel de la guarda para mostrarle una milagrosa puerta de salida. Lo opaco, por el contrario, dando la palabra a López Ríos, es el movimiento en el que “se explicita” un desplazamiento por el que “dejamos de lado las condiciones que provocan malestar”, las de los tiempos difíciles de capitalismo neoliberal, y como buenos psicólogos “nos enfocamos únicamente” en los sujetos del garaje a los que ofrecemos el paraíso terrenal, pero sin salir del garaje, sin enfrentarnos a lo que provoca los tiempos difíciles, sin salir al mundo, sin “interferir, incomodar o perturbar la estructura capitalista neoliberal”. Esto es opaco, muy opaco, pero es el meollo de lo que nos está diciendo Seligman.

El meollo del mensaje de Seligman es que no se nos ocurra salir de nuestro garaje, que debemos quedarnos recluidos ahí adentro, evadirnos hacia el interior de nosotros mismos y no molestar al capitalismo neoliberal de los tiempos difíciles. Este imperativo de reclusión y evasión en sí mismo, aunado a una prohibición latente de interferencia en el mundo exterior sociopolítico y económico, es algo políticamente incorrecto, antidemocrático y represivo, extremadamente violento. Se trata de algo quizás ya digno del nombre de fascismo, pero está lo suficientemente opacado en Seligman para no asustarnos, para no escandalizarnos y para no ser ni siquiera percibido por nosotros.

López Ríos sí percibe aquello de lo que se trata gracias a su lectura sintomal. Esta lectura escruta el síntoma y nos hace reconocer en Seligman algunos de los rasgos del famoso personaje Pangloss con el que Voltaire se representó a Leibniz en el Cándido. Pangloss es la encarnación del optimismo ante la adversidad. Es, por así decir, un psicólogo positivo del siglo XVIII. Al igual que Seligman, Pangloss encuentra en sí mismo el camino psicológico-ideológico imaginario para evadirse de su mundo real histórico-político y socioeconómico.

Evadirse de este mundo externo, evadiéndose hacia el mundo interno paralelo en el que viven los psicólogos, evita lógicamente la transformación del mundo externo. Contribuye así a la reproducción de este mundo externo regido por el capital, por el sistema capitalista mercantil en el siglo XVIII y ahora predominantemente financiero, así como neoliberal y neofascista en su política. Primero Pangloss y ahora Seligman contribuyen a la reproducción del capitalismo, pero además, implícitamente, con su espíritu positivo, lo justifican y lo celebran, convirtiéndose así en sus portavoces, en apologistas de lo existente, en defensores del orden establecido, en intelectuales orgánicos del capital.

Al menos en el caso de Seligman, es claro que se trata de una personificación del capital. Esto no representa ningún problema para Seligman, pues él mismo concibe al ser humano, en sus propios términos, como un “capital psicológico”. Además, por si fuera poco, Seligman entiende su capital psicológico, en clave neoliberal, como un capital capaz de incrementarse mágicamente por el simple hecho de “fluir”.

Ante la fluidez neoliberal del capital psicológico de Seligman, López Ríos tiene mucha razón en pensar en los grandes teóricos del neoliberalismo, como Hayek, Friedman y Von Mises. También acierta cuando observa –lo cito– que “el discurso de Seligman da testimonio, de un modo implícito, esquivo, sobre el hecho de que la lógica neoliberal lo ha impregnado todo, incluyendo la psicología y más específicamente la psicología positiva”. López Ríos sabe que esta lógica neoliberal es también capitalista, de modo que podemos inferir que Seligman es una evidencia de que todo va quedando subsumido en el capitalismo, aunque reconociendo, con la perspicaz reserva de López Ríos, que el todo al que nos referimos, un todo que incluye la psicología, no existía como tal antes de recrearse en el capitalismo como aquello que es realmente.

Digamos, con Althusser y López Ríos, que la estructura capitalista lo sobredetermina todo con su causalidad estructural y hace que todo sea lo que es. Esto incluye a la psicología, pero también a los sujetos que somos cada vez más, como diría el EZLN, simples clones del capital. Somos esto que somos por lo que nos determina, por la estructura, por su causalidad, la cual, en la teoría lacaniana, puede pensarse, como lo hace López Ríos, a través de las nociones del goce y el deseo del gran Otro. A medida que el gran Otro del sistema simbólico de la cultura va quedando subsumido en el sistema económico del capitalismo, el goce y el deseo del gran Otro van convirtiéndose en goce y deseo del capital que nos constituye como objetos, engranes, clones del capital.

Digamos que el capital nos causa, pero en una causalidad material subsistente, de tipo spinoziana, que se prolonga en nosotros, convirtiéndonos en sus apéndices, como diría Marx. Esta causalidad, a la que López Ríos dedica gran parte de su libro, es efectuada en parte por la psicología. El dispositivo psicológico forma parte de los múltiples nexos causales de la estructura capitalista que nos constituyen a los sujetos como clones del capital.

Digamos que la psicología forma parte de la causalidad estructural del capitalismo. Hace lo que debe hacer en esta causalidad, pero no sabe lo que hace, imaginando simplemente que le ayuda al sujeto a adaptarse o ajustarse, a funcionar en el mundo, en un mundo regido cada vez más por el capital. Esta adaptación funcional llega hasta la mimetización, hasta el mimetismo, como bien lo constataron los filósofos de la Escuela de Frankfurt. Es precisamente al mimetizarse con el mundo al que se adapta que el sujeto se convierte en un clon del capital que rige ese mundo.

La adaptación mimética es un efecto directo de la causalidad estructural subsistente de la que se ocupan Althusser y López Ríos, pero hay que insistir en que esta causalidad no es reconocida por la psicología. El proyecto instaurador mismo de la psicología, como nos lo ha mostrado Georges Canguilhem, hace que olvide su origen y su fundamento y que se concentre en su utilidad: la de ayudar al sujeto a adaptarse y funcionar, ser funcional en su mundo, y de paso realizarse y ser feliz, como lo quiere Seligman. Es así como el adaptacionismo funcionalista de Seligman y de los demás psicólogos cae en la falacia que el genial paleontólogo y biólogo evolutivo Stephan Jay Gould asoció precisamente con la figura de Pangloss.

La falacia a la que me refiero es aquella por la que Pangloss puede afirmar que “habiéndose hecho todo con un fin, no puede menos éste ser el mejor de los fines, pues nótese que las narices se hicieron para llevar anteojos, y por eso nos ponemos anteojos; las piernas notoriamente para las calcetas, y por eso se traen calcetas”. Seligman y sus colegas dirían que los psicólogos existen para ayudar a los sujetos a adaptarse, a ser funcionales y felices, y que por eso ayudan a los sujetos a adaptarse, a ser felices y funcionales.

Nuestros psicólogos también dirían que los sujetos fueron hechos para adaptarse, para ser funcionales y felices, y que por ello hay que ayudarlos adaptarse, para ser funcionales y felices. Este razonamiento adaptacionista y funcionalista sólo puede cumplirse y verificarse en alucinaciones como la del paraíso terrenal en el garaje. No hay otro desenlace para la teleología idealista de la psicología que recibe una potente crítica materialista causalista en el libro de López Ríos que les recomiendo mucho leer.

Tlacuache y yo

Presentación del libro Miseria del derecho: pensar de otro modo la liberación animal de Hilda Nely Lucano Ramírez en un evento organizado por el Comité de Resistencia contra la Psicologización, el miércoles 24 de septiembre de 2025, en la Facultad de Psicología de la Universidad Michoacana de San Nicolás de Hidalgo, Morelia, Michoacán, México.

David Pavón-Cuéllar

Hace unos dos meses, mientras caminaba en un jardín urbano de la Ciudad de México, escuché un sonido seco, semejante a nuestra onomatopeya para llamar la atención de alguien: la interjección “pst-pst” que utilizan a veces los hombres que acosan a las mujeres en las calles. Escuché una y otra vez “pst-pst-pst”, como si alguien estuviera llamándome. No soy mujer ni hermoso ni joven y el “pst” no venía acompañado por un “güerita” o “güerito” ni por ningún piropo del estilo “y bajaron los ángeles del cielo”. Sólo era un “pst-pst” que se repetía y que surgía entre las plantas.

No pude resistirme a resolver el misterio, así que me puse a husmear entre las plantas y finalmente me encontré una especie de larva diminuta de ratón, del tamaño de un pulgar, sin ojos ni orejas, inmóvil sobre la tierra y cubierto de hormigas que parecían disponerse a devorarlo. Junto a él había otro ser igual también hormigueante, pero ya muerto y alimentando a las hormigas. Para que el sobreviviente no terminara como su hermano, me apresuré a rescatarlo, a sacudirle sus hormigas y a limpiarlo con el auxilio de mi compañera. No tardamos en identificarlo como una cría de tlacuache, zarigüeya, Didelphis marsupialis, el único marsupial de México.

Hay que decir que mi compañera y yo no somos adeptos a los animales no humanos. En veinticinco años de vida en común, jamás hemos tenido un animal doméstico. Sabiendo además que el tlacuache es un animal no domesticable, nos apresuramos a llamar por teléfono a la PROFEPA, la Procuraduría Federal de Protección al Ambiente, pero era viernes, ya iban a cerrar y no podrían acoger a la cría de tlacuache hasta después del fin de semana, cuando nosotros ya estaríamos en Morelia.

Nos trajimos entonces al tlacuache a Morelia y comenzamos a recibir consejos de un experto y de amigos sobre su complicada alimentación y su cuidado en casa. Nos recomendaron que lo cuidáramos y alimentáramos un tiempo, antes de entregarlo a la PROFEPA o a un colectivo, para aumentar sus probabilidades de supervivencia. El tlacuache abrió sus ojos, desplegó sus orejas, comenzó a agitarse todo el tiempo, triplicó su tamaño y sigue haciendo “pst-pst-pst”. Ahora es la principal ocupación y preocupación de nuestros días y noches.

Mi compañera y yo hemos descuidado un poco nuestras obligaciones cotidianas para entregarnos al asombro que nos provoca la agilidad acrobática del tlacuache, su desconcertante inteligencia y su enorme sensibilidad, su apego y al mismo tiempo su libertad inclaudicable. Siempre se obstina en hacer lo que desea, pero sin dejar de buscar nuestro contacto. Le gusta seguirnos y escapar, llamarnos y esconderse, y no deja de escrutarnos con la mirada. Lo que ahí vemos, en esas esferitas de obsidiana, es un enigma insondable que nos ve desde sus 60 millones de años de sabiduría acumulada que lo convierten en uno de los mamíferos más antiguos del planeta.

Mi relación con el tlacuache es el contacto más próximo que haya tenido con un animal. He cuidado, alimentado y a veces matado a cerdos, borregos, cabras, conejos, vacas y gallinas al pasar largas temporadas en comunidades indígenas y en una granja en la que trabajé un tiempo. Sin embargo, en cincuenta años de vida, nunca llegué a desarrollar un vínculo tan íntimo y profundo con un animal. Y justo ahora, cuando estoy obsesionado con el tlacuache y su animalidad, súbitamente se me da la ocasión de leer un libro como el que voy a comentar, Miseria del derecho: pensar de otro modo la liberación animal, de Hilda Nely Lucano Ramírez.

Me imagino que se me invitó a comentar este libro al considerar tres cosas que tengo en común con la autora y con su reflexión: mi perspectiva teórica marxista, mi posición práctica política anticapitalista y mi denuncia insistente de la responsabilidad del capitalismo en la devastación de nuestro planeta. Más allá de estas coincidencias, debo confesar desde ahora que no soy vegetariano y mucho menos vegano, lo cual, avergonzándome desde hace muchos años, es incongruente con mis ideas y hace que no sea la persona más autorizada para tratar estos asuntos. Quiero también confesar no solamente la escasez y estrechez de mis conocimientos en las áreas de la biología y el derecho, sino mi ignorancia casi completa sobre las innumerables investigaciones y discusiones en torno a la condición ontológica-jurídica de la animalidad, los derechos de los animales y el horizonte de su liberación como proyecto ético-político. Sólo conocía un poco, muy poco, el trabajo de Peter Singer y Jesús Mosterín, pero lo cierto es que el tema del que se ocupa Lucano me era prácticamente desconocido antes de leer su libro.

Es gracias a Lucano, con su guía y de su mano, que he realizado mi descubrimiento y exploración del campo del derecho animal. Casi todo lo que sé ahora sobre el tema se lo debo al excelente libro de Lucano. He comprobado así, en mi experiencia propia, que este libro es perfecto como introducción para quienes desconozcan todo o casi todo sobre el tema, como era mi caso. A ellos ya puedo recomendarles el libro, esperando que les sirva tanto como a mí para empezar a pensar en las espinosas cuestiones filosóficas, éticas, políticas, económicas y jurídicas implicadas en el derecho animal.

Para ponernos a pensar, Lucano recapitula varios siglos de reflexión humana sobre los “animales no humanos”, como los llama ella y como yo los denominaré en lo sucesivo. Esta denominación quizás nos asuste o nos desconcierte porque nos recuerda lo que intentamos olvidar por todos los medios: que nosotros los humanos también somos animales, que tenemos la animalidad en común con los demás animales, que no diferimos de ellos en el plano genérico animal, sino en el específico por el que hay diversas especies animales, entre ellas la del tlacuache, la del Didelphis marsupialis, y la del humano, la del Homo sapiens. Lucano sabe cómo ponernos al tlacuache y a mí en pie de igualdad al hacer que me reconozca yo animal como el tlacuache, pero él no-humano, sino tlacuache, y yo no-tlacuache, sino humano, cada uno con sus capacidades propias: yo con mi racionalidad crítica y él con su relación armoniosa con su entorno, su talento como actor, su cola prensil y su resistencia contra venenos de arañas y alacranes, por mencionar sólo algunas de sus virtudes, pues tiene muchas más, evidentemente muchas más que yo como humano.

Mi obsesión por el tlacuache me hizo pensar en él, como representante de toda la animalidad no humana, mientras leía el libro de Lucano y su ya mencionado resumen de la historia de la reflexión humana sobre los animales no humanos. Leyendo a Lucano, me enteré con sorpresa y con cierta vergüenza de que muchos grandes filósofos y pensadores, incluso algunos a los que había leído y a los que yo creía conocer bien, habían defendido la condición y el derecho de los animales, sin que yo supiera nada al respecto. Lucano revisa puntualmente las observaciones y los argumentos de Plutarco, Porfirio de Tiro, Michel de Montaigne, Voltaire, Condillac, David Hume, Jeremy Bentham, Henry David Thoreau, Max Horkheimer y Theodor Adorno y Martha Nussbaum, entre otros. Estos pensadores cuestionaron, cada uno a su modo, lo que Lucano llama “humanocentrismo” que nos hace a los humanos considerarnos los únicos sujetos con derechos, objetivar a los demás seres, creernos el centro de la naturaleza e imaginar que los animales tan sólo existen para girar en torno a nosotros, para ser apropiados por nosotros, para servirnos, acompañarnos y alimentarnos. 

Hay que tener claro que el humanocentrismo no sólo tiene expresiones despiadadas, crudas y siniestras, sino que puede también adoptar formas suaves e incluso empáticas hacia el sufrimiento de los animales. Es el caso de lo que Lucano llama bienestarismo, en el que se busca cierto bienestar para los animales, reconociéndolos como sintientes e intentando atenuar su dolor y sufrimiento, pero sin dejar de considerarlos propiedades y recursos explotables y sacrificables. Para pensar en esta cuestión y en otras más, la reflexión de los mencionados pensadores clásicos ya no es suficiente para Lucano, quien debe aportar sus propias ideas que a veces fundamenta en las de múltiples autores actuales a los que yo no conocía, entre ellos Jorge Riechmann, Jean-Marie Schaeffer, Henry Salt, Carol Adams y Josephine Donovan, por mencionar algunos de los que me parecieron más llamativos.

Entre las referencias que llamaron mi atención, hay una a César Nava Escudero, que publicó un librito en la UNAM sobre los derechos de tlacuaches y cacomixtles en contraposición a los derechos de perros y gatos en la reserva ecológica del Pedregal de San Ángel al sur de la Ciudad de México. No leí este librito, pero su título, su referencia explícita a los derechos de los tlacuaches y lo que Lucano dice al respecto me hicieron pensar en la condición de mi tlacuache quizás no como persona en el sentido estricto del término, pero tampoco definitivamente como cosa ni como objeto, sino como sujeto, como un sujeto jurídico, sujeto de derecho, sujeto con derechos. Esta condición de mi tlacuache implica fundamentalmente que yo tenga obligaciones hacia él, como lo entendí gracias a Lucano y a su interpretación de la teoría positivista del derecho de Hans Kelsen, quien separa el derecho de la moral, de la sociología y de la política, y lo hace consistir en el plano de las normas que plantean obligaciones para quien las respeta.

Mis primeras obligaciones con el tlacuache podrían corresponder a los preceptos que el jurista romano Domicio Ulpiano puso en el centro de su derecho natural: vivir honestamente, no dañar a otro y dar a cada uno lo suyo. Siguiendo a Lucano al aplicarme tales preceptos en la relación con mi tlacuache, diría que el derecho del tlacuache es que yo me obligue, al relacionarme con él, a no dañarlo y a darle lo suyo: no dañarlo al no intoxicarlo ni enfermarlo al alimentarlo inadecuadamente, pero también darle lo suyo al darle su alimento, el que le corresponde, así como también finalmente al darle su libertad, permitiéndole volver a su medio natural en el que tendrá la ocasión de realizar plenamente sus capacidades y posibilidades existenciales. Esta liberación final es indispensable, pues mi tlacuache, como animal salvaje, no es verdaderamente “mi” tlacuache, como lo describo injustamente, ni tampoco nuestro, de mi compañera y mío, sino que se pertenece a él mismo y tiene derecho a su estilo de vida en libertad, un derecho que debe anteponerse a nuestro deseo de retenerlo.

El deseo de retener un animal salvaje y su representación como algo mío o nuestro, que nos pertenece, nos conduce al que yo considero que es el punto medular del libro de Lucano, punto por el que me gustaría terminar. Este punto es un aspecto del humanocentrismo al que ya me referí: la relación apropiativa y objetivante que yo puedo establecer con mi tlacuache y que los humanos establecen con todos los animales no humanos del planeta. En esta relación, los animales no-humanos están ahí para nosotros: los perros y gatos para acompañarnos y jugar con nosotros, las vacas y cerdos para alimentarnos, las gallinas y codornices para darnos huevos, las jirafas y los elefantes para ofrecerse a nuestra contemplación en los zoológicos, etc. En todos los casos, olvidamos que los animales no-humanos estaban aquí antes de nosotros, que tienen sus propias razones para vivir, que son sujetos al igual que nosotros, y los reducimos a objetos con un valor de uso para nosotros, para ser usado por nosotros, explotado por nosotros.

Además del valor de uso, los animales no-humanos adquieren un valor de cambio expresado en el precio al que se compran y se venden, un valor que se vuelve cada vez más importante en el capitalismo, hasta el punto de anteponerse al valor de uso. Esto se traduce, por ejemplo, en la engorda artificial de ganado que no solamente lo enferma, sino que aumenta su valor de cambio lucrativo a expensas de su valor de uso nutritivo para el ser humano. Es así en detrimento de los animales no-humanos e incluso de los animales humanos que el capitalismo convierte a los primeros en mercancías con un valor de cambio y un valor de uso, mercancías con las que se comercia y se especula para engrosar al capital.

El sistema capitalista, como bien lo muestra Lucano en su libro, agrava e intensifica la objetivación, la cosificación y la mercantilización de los animales no-humanos. Se estima que diariamente, cada 24 horas, matamos a casi un millón de vacas y aproximadamente 200 millones de pollos que tuvieron antes una existencia miserable llena de sufrimientos. Podríamos argumentar con cierto cinismo que esta hecatombe es en beneficio de la humanidad, pero no debemos engañarnos, pues la explotación masiva de los animales no-humanos es sobre todo en beneficio del capital, específicamente del capital de la industria cárnica, y en realidad, como Lucano lo subraya, está contribuyendo a la destrucción de la biósfera que los humanos requieren para sobrevivir.

Lo cierto es que tanto los animales humanos como los no-humanos estamos siendo víctimas del sistema capitalista. Este capital está objetivando, cosificando y mercantilizando no sólo a los animales no-humanos, sino también a los animales humanos. Somos cada vez más los objetos del capital que se impone cada vez más como el único sujeto al que todo lo demás debe quedar subordinado.

Así como el capital del sector cárnico está sacrificando a cientos de millones de animales diariamente, de igual modo el capital de sectores como el militar, el de construcción, el turístico y el inmobiliario está valiéndose del gobierno criminal sionista de Israel para sacrificar a decenas de miles de palestinos. Tanto los palestinos como los animales no-humanos pueden ser inmolados y desechados porque no son reconocidos como los sujetos que son, sino que son reducidos a objetos del capital. No hay que olvidar que esta misma objetivación es la que opera a través de la psicología, la cual, aunque ciertamente no esté exterminándonos como sujetos, sí que nos convierte en objetos y neutraliza nuestra subjetividad, neutralizando así el principal obstáculo ético, político y jurídico para explotarnos y sacrificarnos en el enorme rastro capitalista en el que el capital devora nuestras vidas.

Una vez que somos objetos como los de la psicología o el capital, basta encontrar una buena excusa ideológica para exterminarnos como a los palestinos o a los animales no-humanos. Estas excusas no son difíciles de encontrar. Encontrarlas forma parte de las pericias desarrolladas por ideólogos y políticos profesionales del capital como Trump o Netanyahu.

Para quienes piensan lo que el capital pensaría si pensara, no hay ninguna diferencia entre un objeto vacuno y uno humano, ya sea un inmigrante mexicano para Trump o un indígena palestino para Netanyahu. Este desprecio por los animales humanos que somos no debería llevarnos a insistir en lo que nos distingue de los animales no-humanos, sino más bien reconocer lo que nos une a ellos, la condición de sujetos que tenemos en común con ellos y que puede ser desconocida para sacrificarnos a nosotros al igual que a ellos. El desconocimiento de nuestra condición de sujetos es una constante en el capitalismo para el que no hay más sujeto que el capital y quienes lo personifican porque imaginan poseerlo cuando son poseídos por él.

En contraste con la objetivación de todos los sujetos en la modernidad occidental capitalista, podemos descubrir una subjetivación de todo lo existente en culturas como las originarias mesoamericanas. Esta subjetivación generalizada, a veces desdeñada por los antropólogos como una forma de animismo, es la que les permite aún a muchos indígenas establecer vínculos intersubjetivos con los demás animales, con los vegetales e incluso con los minerales de la tierra. Mi convicción es que sólo una intersubjetividad semejante podrá parar la devastación del planeta y asegurarnos contra la aniquilación final de la humanidad, lo que requiere primeramente ver a los otros seres como nuestros semejantes, como sujetos con derechos y que nos imponen obligaciones. Esto es fácil cuando miramos a ojos de obsidiana como los de un tlacuache que no es tan mío como yo quisiera, pero se vuelve más difícil cuando se trata de un árbol que no parece tener ojos, pero que ahí está, estupefacto, justo antes de ser cortado para impedirle que siga asegurando generosamente nuestra subsistencia en la tierra.

El amor, sus formas culturales y sus efectos políticos

Artículo publicado el 23 de septiembre de 2025 en la revista La Tizza de Cuba y elaborado a partir de una intervención del 14 de mayo del mismo año en el Laboratório de Psicanálise Sociedade e Política do Instituto de Psicologia da Universidade de São Paulo (PSOPOL-IPUSP), en São Paulo, Brasil

David Pavón-Cuéllar

Lo particular y lo universal

Suele pensarse en el amor como en algo universal que sería siempre lo mismo en todas las culturas y en todas las épocas de la historia. Esta noción del amor no excluye que haya diversas formas de amar, pero supone que lo variable es la manifestación del amor y no el amor mismo, que sería un sentimiento demasiado íntimo, fundamental y trascendente como para ser afectado por la inmanencia cultural e histórica. Según la misma idea común del amor, todo cambiaría, pero no el amor, que estaría siempre ahí, estremeciendo el corazón de todos los seres humanos.

La noción del amor como algo universal puede encontrarse incluso en autores tan críticos de las ideas comunes como lo son Marx y Freud. Marx cree en un amor que existe desde los albores de la civilización, pero que se degrada, corrompe y prostituye al aburguesarse en el capitalismo, así como Freud pone el amor en general, asimilado a lo sexual y erótico, en el meollo de la vida mental y en el origen de las neurosis y las histerias. Tanto en Freud como en Marx, las manifestaciones del amor pueden variar, pero aquello que manifiestan es algo que trasciende todas sus variaciones y de lo que puede hablarse en términos generales.

Por más incondicional que uno sea de Marx y Freud, quizás esté sintiéndose ahora tentado a discrepar de ellos en lo que se refiere al carácter universal del amor. Todo parece contradecir esa universalidad y dar la razón al relativismo cultural e histórico en el que se reconocería que el amor no es el mismo en distintas culturas y en distintas épocas de la historia. Todo parece indicar, en efecto, que el amor, y no sólo sus manifestaciones, es algo diferente en cada contexto, sin que haya en él casi nada universal, ni siquiera el nombre mismo con el que se universaliza lo que aparece cada vez de modo particular. Cada lengua tiene su nombre para el amor, a veces varios nombres, los cuales, además de recortar de formas distintas la realidad, se refieren a realidades por completo diferentes.

Dialéctica de lo particular y lo universal

El amor no es nunca el mismo, pero el caso es que nuestra lengua se obstina en designarlo siempre igual, con un mismo nombre de “amor” que significa una sola cosa y no sólo cosas diferentes. Podríamos resolver sencillamente la cuestión al sentenciar que nuestra lengua se equivoca, pero sería más justo decir que se contradice, pues da simultáneamente un mismo sentido y sentidos múltiples a la misma palabra. Esta contradicción podría estar expresando el saber que Freud le atribuye a nuestra lengua, el saber que el amor no deja de ser el mismo, aunque nunca sea el mismo[1].

La contradicción entre lo universal y lo particular es lo que Marx y Freud reconocen al pensar en el amor. Su pensamiento dialéctico, tan convincente como esclarecedor, nos permite comprender tanto el sentido común que intuye lo universal del amor como el simple relativismo que lo niega. De ahí que yo no discrepe de Marx y Freud en ese punto.

Pienso que el psicoanálisis tiene razón cuando plantea que el amor de un hombre hacia su madre será simultáneamente idéntico y opuesto al que siente hacia una amante. Considero también que el marxismo acierta cuando percibe que el amor de la monogamia burguesa es al mismo tiempo idéntico y opuesto al amor sexual individual que puede aparecer entre los obreros, así como también hay identidades y oposiciones entre las distintas formas de amar en cada cultura o período prehistórico o histórico. Aunque se trate siempre del mismo amor, este amor no es nunca el mismo.

Amor en Occidente

Que el mismo amor nunca sea el mismo se comprueba no sólo al contrastar diversos tipos de amor como el fraterno y el erótico, sino al comparar distintas versiones de un mismo tipo de amor, como el erótico, en momentos y lugares diferentes. Esta comparación basta para convencernos del carácter específico de aquello que generalizamos abusivamente. En el caso de nuestro amor erótico, el occidental moderno, su compleja especificación cultural e histórica nos ha sido relatada por Denis de Rougemont en su ya clásico El amor y el Occidente[2],el cual, recordemos, le sirvió a Jacques Lacan en sus seminarios siete[3] y veinte[4] para elucidar la contradicción inherente al amor occidental: contradicción entre la identidad y la diferencia de lo deseante y lo amoroso, de lo carnal y lo espiritual, del objeto y de la Cosa, de lo físico y lo estático.

La inmersión de Rougemont en el mar literario europeo, medieval y moderno, le permite reconstituir la genealogía de nuestro amor erótico en la modernidad occidental. Este amor, según Rougemont, resultaría de la confluencia de Eros con Agapé, de la pasión carnal profana con el amor espiritual cristiano. Los dos afluentes serían incompatibles e irreconciliables entre sí, lo cual explicaría el destino trágico de nuestro amor erótico, su consumación en la muerte, así como también, de modo general, su exclusión de verdaderos desenlaces felices.

El paradigma de lo elucidado por Rougemont es el amor imposible de Tristán e Isolda. Recordémoslo: se aman, pero deben renunciar a su amor para mantenerse fieles al rey Marc de Cornualles que se casa con Isolda, pero lo traicionan porque se aman, pero deben ser fieles y renuncian a su amor, pero no consiguen hacerlo porque se aman perdidamente, hasta el punto de morir «cuerpo con cuerpo, boca con boca», según la estremecedora versión de Thomas de Bretaña del siglo XII[5]. Siguiendo esa versión, Tristán e Isolda tan sólo pueden consumar su unión amorosa en la muerte, pues en la vida no hay lugar para su amor.

El gran problema de Tristán e Isolda, como lo explica Rougemont, es que obedecen a dos fidelidades opuestas, la fidelidad al señor o cónyuge y la fidelidad a la pasión y al deseo, la fidelidad «feudal» y la «cortesana», la «matrimonial» y la «caballeresca»[6]. Es por ello que su amor sólo puede realizarse al volverse imposible, «conformándose a las mismas leyes que lo condenan, para conservarse mejor»[7]. La única forma de experimentar con plenitud el amor erótico y pasional, en efecto, sería prohibiéndoselo a sí mismo, sintiéndose culpable de él hasta el punto de privarse de él, como lo hacen Tristán e Isolda, quienes deben morir para llevar esta lógica amorosa hasta sus últimas consecuencias.

El drama de Tristán e Isolda sería el de cualquier amor erótico y pasional en Occidente. Aquí, en el mundo occidental y moderno en el que vivimos, tan sólo podríamos conocer la pasión amorosa en la culpa, en el sufrimiento y en una imposibilidad trágica, potencialmente mortífera. Si un sujeto no ha padecido todo esto, será porque no ha conocido en verdad el amor erótico y pasional, al menos en su forma occidental y moderna, gestada en la Europa de la Edad Media.

Mayahuel y Ehécatl

Fuera del Occidente y de su modernidad, hay otras formas de amar, incluso en clave de tragedia. Recordemos, por ejemplo, la extraña historia trágica de amor, si es que podemos llamarla así, entre Mayahuel, diosa del maguey entre los nahuas de México, y Ehécatl, dios del viento y una de las advocaciones de Quetzalcóatl. Sintetizaré la historia tal como se encuentra en un manuscrito del siglo XVI del francés Andrés Thevet, quien traduce un texto de Fray Andrés de Olmos, el cual, a su vez, está basado en el testimonio de los indígenas mexicanos recién conquistados[8].

El dios Ehécatl se preguntaba cómo hacer para que la humanidad «tomara gusto en vivir en la tierra»[9]. La solución que encontró fue alcohólica: la invención del pulque, bebida que se obtiene por la fermentación de la savia del maguey. Entonces fue a buscar a la diosa Mayahuel que estaba dormida y le dijo: «Te vengo a buscar para llevarte al mundo»[10]. Se nos cuenta que «ella convino en seguida y así descendieron ambos, llevándola él sobre sus espaldas», y «tan luego como llegaron a la tierra, se mudaron ambos en un árbol con dos ramas» correspondientes a Ehécatl y a Mayahuel[11]. Después las dos ramas se desgajaron y la de ella fue quebrada por su abuela, quien se la entregó a otras diosas para que la devoraran, dejando solamente los huesos que Ehécatl recogió y enterró. Fue de esos huesos de los que nació el maguey con el que se produce el pulque.

La historia de Ehécatl y Mayahuel contrasta en varios aspectos con la de Tristán e Isolda. Mientras que los dos europeos consuman su unión a pesar de sí mismos y al final en la muerte, los dioses indígenas consiguen hacerlo en el consentimiento mutuo y siempre en la vida, bajo la hermosa forma de un árbol. Es verdad que finalmente las ramas deben separarse y Mayahuel parece morir, pero no es más que para transferir su vida a algo más, al maguey, en beneficio de la humanidad.

El amor de Ehécatl y Mayahuel, a diferencia del de Tristán e Isolda, no es en vano y tampoco está cerrado sobre sí mismo, sobre su propia inmanencia, y aislado con respecto a lo que lo rodea. Más bien se trata de un amor abierto al universo, con efectos benéficos trascendentes, en una compleja trama de relaciones de los amantes con todo lo demás. Es como si fuera por amor hacia la naturaleza y la humanidad que hubo el amor entre Ehécatl y Mayahuel. Ese amor no tiene sentido por sí mismo, sino por un deseo que lo trasciende, el deseo de crear el maguey para que los seres humanos tomen gusto de vivir en la tierra.

Ideal amoroso del comunismo

La trascendencia del amor de Mayahuel y Ehécatl es por la satisfacción de un deseo y no sólo de la necesidad. El mito de este amor que se trasciende a sí mismo evoca la sexualidad no sólo para la reproducción de la especie humana, sino para la producción de una cultura indígena inextricablemente ligada con la naturaleza. No hay aquí nada parecido a las contradicciones que desgarran a Tristán e Isolda entre la cultura y la naturaleza, entre la inmanencia y la trascendencia, entre la materialidad y la espiritualidad, entre el cuerpo y el alma, entre el deseo y el deber, entre el amor profano y el cristiano, entre la pasión y el matrimonio, entre la masculinidad y la feminidad.

Más que entidades contradictorias, lo que hay en Ehécatl y Mayahuel son fuerzas complementarias que se equilibran, convergen y se unen. El resultado es un amor espiritual en su materialidad, trascendente en su inmanencia, tan del alma como del cuerpo, tan de la cultura como de la naturaleza y tan de la humanidad como de los amantes. Digamos que Mayahuel y Ehécatl se unen en un gesto de amor por la humanidad. ¿Acaso no hay aquí algo del ideal amoroso del comunismo, tal como se manifiesta en conceptos como el del «amor-camaradería» de Aleksandra Kolontái[12]?

Un comunista latinoamericano como yo no podría sino entusiasmarse ante la historia de Mayahuel y Ehécatl. El entusiasmo sería no sólo por aquello que se manifiesta en la historia, sino porque se trata de algo que pudo haberse transmitido soterradamente hasta las actuales relaciones amorosas y eróticas en América Latina. Estas relaciones, después de todo, son herederas de lo que era el amor no sólo en la Europa medieval de Tristán e Isolda, sino en la América precolombina de Mayahuel y Ehécatl.

Ibn Zaydun y Walada

Además de lo autóctono americano y de lo foráneo europeo, nuestro hibridismo latinoamericano tiene otros componentes culturales originarios. Uno de ellos es el africano, pero también están los componentes judío y árabe, ambos por lo general olvidados, aun cuando penetraron e influyeron de modo continuo y profundo en la cultura hispanoportuguesa durante los siglos de la Edad Media. Es en ese contexto, en el siglo XI, que vemos aparecer a un poeta, Ibn Zaydun, cuyos versos despliegan un amor erótico y pasional que también contrasta con el de Tristán e Isolda, aun cuando sea el reflejo de una historia no menos contradictoria y desgarradora, la del mismo Ibn Zaydun con la princesa Walada, quien fuera su amante para después abandonarlo.

En el trágico amor entre Ibn Zaydun y Walada, la contradicción y el desgarramiento no son, como en Tristán e Isolda, entre lo matrimonial y lo pasional, entre lo espiritual y lo carnal, entre lo cristiano y lo profano. Esas dicotomías ni siquiera existen para Ibn Zaydun, quien simplemente, según su poesía, recibe «un mensaje de amor que envía un cuerpo al corazón»[13], al tiempo que reconoce que Walada está hundida en su propio ser como «el alma en el cuerpo»[14]. El amor es un alma en el cuerpo sexuado, así como el deseo es un mensaje de amor para el alma enamorada. Esta comunicación monista entre el alma y el cuerpo es precisamente lo que se rompe trágicamente en la historia de Tristán e Isolda, una historia dualista en la que se anticipan saberes modernos como el psicológico, el cual, por su constitución misma, debe separar su objeto psíquico de todo lo demás.

El dualismo de la psicología proviene de la contradicción cultural que impide la unión de Tristán con Isolda. Esta contradicción occidental entre lo anímico y lo corporal difiere de la contradicción de Walada e Ibn Zaydun, una contradicción entre lo finito y lo infinito, entre la vida breve y el amor eterno, entre lo mundano tan estrecho y lo deseante-amoroso ilimitado. La ilimitación del deseo y del amor, contradictoria en sí misma, se expresa en la poesía de Ibn Zaydun cuando confiesa que nunca dejó de beber en la fuente del amor de Walada, pero «cuanto más bebía, más sed le causaba»[15]. Luego, en el momento de la ruptura, Ibn Zaydun esperaba que la desesperación lo hiciera olvidar, pero «tan sólo aumentaba su deseo»[16]. La contradicción encuentra su mejor síntesis en un verso estremecedor: «Si hubiera durado, mi gozo habría sido eterno, pero noches de la unión han de ser siempre cortas». El amor nunca dura su propia eternidad, la que él mismo demanda y promete, la que se atisba en cada uno de sus instantes.

Trascendencia y sacrificio

Quizás lo eterno del amor estribe en su trascendencia como condición indispensable no sólo para que la especie humana se reproduzca, sino para que la cultura se perpetúe. Es quizás por dicha trascendencia, ya evidente en la historia de Ehécatl y Mayahuel, que Ibn Zaydún puede llegar a decir que amará a sus enemigos porque Walada es «uno de ellos»[17] y que en la presencia de Walada «toda la humanidad» está con él[18]. Amando a Walada, Ibn Zaydún está volcando su amor a todos los seres humanos, tal como sucedía con Ehécatl en su amor por Mayahuel, un amor tan abierto como el de Ibn Zaydún.

La apertura de Ehécatl y de Ibn Zaydún hacia el gran Otro de la humanidad contrasta con el encerramiento especular en el que se pierden Tristán e Isolda. En este encerramiento, lo que domina es el deseo de poseer al otro, en lugar del desconcertante desprendimiento de Ibn Zaydún, quien le dice a Walada «lloro fiel y, si no me regalas con la unión, la imaginación me compensará y el recuerdo será suficiente»[19]. En otro verso, Ibn Zaydún confirma que le «basta respetar como cosa sagrada la ausencia»[20]. Desde luego que la ausencia de Walada es dolorosa para Ibn Zaydún, pero la respeta y es en este respeto en el que se ve desgarrado por la contradicción amorosa.

El amor de Ibn Zaydún es tal que lo hace apartarse y privarse de Walada. Este sacrificio por amor contrasta con el apego, con la pasión posesiva de Tristán, quien hasta el final demanda la presencia de Isolda. Mientras que Tristán e Isolda sucumben y de algún modo se destruyen el uno al otro a través de sus contradicciones, Ibn Zaydún prefiere alejarse, cantándole a Walada: «si el destino pudiera someterse a mi razón, te rescataría de sus contradicciones al precio de mi ser»[21]. La disposición a retraerse y sacrificarse es otro aspecto fundamental por el que la historia de Ibn Zaydún y Walada se distingue de la de Tristán e Isolda.

Retraimiento y desprendimiento

En contraste con el amor de Tristán por Isolda, el de Ibn Zaydún por Walada implica un gesto firme y sostenido, no contradictorio ni titubeante, de retraimiento y desprendimiento. Este gesto resulta extraño en una modernidad occidental en la que el amor suele adoptar unos rasgos apropiadores y celosos, determinados no sólo por la historia del amor en Occidente, sino por su relación esencial con la propiedad privada y con el tipo capitalista normativo de subjetividad. Al subjetivarnos, en efecto, el capital favorece la posesividad, la agresividad y la competitividad que se encuentran lo mismo en los celos que en la visión hobbesiana del hombre como lobo del hombre y en la idea freudiana del complejo de Edipo con el niño que rivaliza con el padre para poseer la madre.

El sentimiento amoroso posesivo, agresivo y competitivo, característico de la subjetivación capitalista liberal edípica, resulta incompatible con el amor de Ibn Zaydún que lo hace retraerse y desprenderse de la mujer a la que ama, precisamente porque la ama. Este gesto de retraimiento y desprendimiento podría también entusiasmar a un comunista latinoamericano, no sólo por ofrecer un ejemplo de amor diferente al inculcado por el capitalismo, sino por formar parte de la genealogía cultural del amor en América Latina.

¿Y si nuestro amor latinoamericano preservara de algún modo, aunque fuera en potencia, esa herencia hispanoárabe de retraimiento y desprendimiento, así como también de trascendencia, por la que Ibn Zaydún percibe a la humanidad en su amada? ¿Y si el sentimiento amoroso de Ibn Zaydún hacia Walada se hubiera transmitido hasta nosotros junto con el de Ehécatl y Mayahuel? ¿Y si estas configuraciones del amor formaran parte de nuestro patrimonio cultural junto con la otra forma de Tristán e Isolda que Rougemont pone en el centro del amor en Occidente? ¿Y si nuestra forma de amar no fuera solamente la de Occidente con sus importantes consecuencias políticas?

Política del amor

Al ocuparse de la forma en que el amor occidental se despliega en lo político, Rougemont observa con gran perspicacia que el amor del siglo XX se encuentra sobre todo fuera de las relaciones entre los sexos, habiendo sido capturado por la política[22]. Es por ello que la política se habría erotizado, como en las masas estudiadas por Freud, las cuales, en Rougemont, aparecen feminizadas y enamoradas de líderes masculinos como Hitler y Mussolini[23]. Aquí lo importante es que el nazismo y el fascismo no sólo atraparían y acapararían el amor típicamente occidental inaugurado por Tristán e Isolda, sino que se configurarían como él, reproduciendo su aspecto escindido, contradictorio, imposible y mortífero.

Lo que se manifiesta en el sentimiento amoroso de Tristán e Isolda retornaría bajo la forma de la pasión de las masas de ultraderecha por Hitler y Mussolini, y quizás ahora por Bolsonaro, Milei y Trump. Hacia el dirigente como hacia el amado, habría siempre el mismo tipo imposible de amor, el contradictoriamente cristiano y profano, el heredado por el medioevo europeo a la modernidad capitalista globalizada. Ese amor estaría siempre ahí en el Occidente del que formamos parte. Estaría por ello también aquí en Latinoamérica, pero quizás aquí haya otras clases de amor, otros amores que puedan politizarse de otros modos que las pasiones fascistas y neofascistas de las masas.

Además del amor patriarcal-filial que Freud atribuyó en general a todas las masas y Reich específicamente a las masas fascistas, podríamos volver a pensar en el sentimiento amoroso matriarcal-fraternal que el freudiano Paul Federn encontró en las masas comunistas que lograban liberarse de la figura paterna[24]. Recordaríamos entonces el amor erótico de las multitudes spinozistas que no es el de los pueblos hobbesianos[25]. Luego habría que pensar en otros amores con otras politizaciones posibles, también afines al comunismo, como aquellos que aquí he invocado, el de Ibn Zaydún hacia Walada y el de Mayahuel con Ehécatl.

Hay otros amores diferentes del de Tristán e Isolda. No estamos condenados a él ni a su politización. Hay otras formas de amar y de politizarse al amar. El amor es diverso incluso en el interior de la estrecha esfera heterosexual de la que aquí nos hemos ocupado, pero hay también el exterior, el espacio LGBTIQ+, el definido precisamente por su infinita diversidad.


[1] Sigmund Freud, Psicología de las masas y análisis del yo (1921), en Obras completas XVIII, Buenos Aires, Amorrortu, 1998, pp. 86-88.

[2] Denis de Rougemont, L’amour et l’Occident (1939), París, Plon, 1970.

[3] Jacques Lacan, Le séminaire, Livre VII, L’éthique de la psychanalyse (1969-1960), París, Seuil, 1986.

[4] Lacan, Le séminaire, Livre XX, Encore (1972-1973). París, Seuil Poche, 1975.

[5] Béroul y Thomas, Tristán e Isolda, Ciudad de México, Consejo Nacional para la Cultura y las Artes, 1990, pp. 154-155.

[6] Rougemont, L’amour et l’Occident, op. cit., pp. 25-28.

[7] Ibid., pp. 27-28.

[8] Andrés de Olmos, De la opinión que ellos tenían de la creación del mundo y de sus dioses, y de la destrucción del mundo y de sus cielos (1533), en Teogonía e historia de los mexicanos, Tres opúsculos del siglo XVI, Ciudad de México, Porrúa, 2005, pp. 102-108.

[9] Ibid., pp. 106-107.

[10] Ibid., p. 107.

[11] Ibid.

[12] Aleksandra Kolontái, El amor en la sociedad comunista (1921), en La mujer nueva y la moral sexual, Ciudad de México, Juan Pablos, 1972, pp. 126-139.

[13] Ibn Zaydun, Casidas de amor profano (1070), Ciudad de México, Porrúa, 2019, p. 46.

[14] Ibid., p. 71.

[15] Ibid., p. 43.

[16] Ibid., p. 41.

[17] Ibid., p. 71.

[18] Ibid., p. 63.

[19] Ibid., p. 43.

[20] Ibid., p. 45.

[21] Ibid., p. 52.

[22] Rougemont, L’amour et l’Occident, op. cit., pp. 226-230.

[23] Ibid., p. 228.

[24] Paul Federn, La société sans pères (1919), Figures de la psychanalyse, 7(2), 2002, pp. 217-238.

[25] David Pavón-Cuéllar, Hijos y hermanos: dos psicologías de las masas, en Más allá de la psicología social: Freud, las masas y análisis del yo, Ciudad de México, Paradiso, 2023, pp. 85-116.

Centro y periferia del sujeto, del capitalismo y del psicoanálisis

Presentación de la obra colectiva Descentrar a psicanálise, uma vez mais, coordinada por Carolina Lo Bianco y Tania Rivera, en la Universidad Federal de Río de Janeiro, Brasil, el martes 16 de septiembre de 2025

David Pavón-Cuéllar

La noción de un descentramiento psicoanalítico del sujeto se ha convertido en un lugar común entre quienes seguimos a Freud. En la comunidad lacaniana, el descentramiento suele entenderse como la subversión del sujeto a la que se refería Lacan. El psicoanálisis habría subvertido al sujeto al descentrarlo del sujeto filosófico, el de conocimiento, el trascendental identificado con la res cogitans, con la cosa pensante cartesiana, con el yo del cogito, del yo pienso, luego yo existo.

Freud nos ha enseñado efectivamente que el yo no es el centro del sujeto, que no es el centro ni siquiera de sí mismo, que no es amo ni siquiera en su propia casa. Digamos que su casa está ocupada, encantada, hechizada y acechada por el otro como por un fantasma. La otredad posee al yo, el cual, entonces, como decía Lacan, es un otro, estando fundamentalmente alienado, ya desde su aparición en el exterior del espejo.

El reconocimiento de la alienación fundamental del yo es crucial en el psicoanálisis. Es un umbral que debemos cruzar para internarnos en el campo psicoanalítico. Es una condición ineludible, indispensable, necesaria, pero no suficiente para la efectuación de lo que está en juego en la herencia freudiana.

En el psicoanálisis, el descentramiento del sujeto con respecto al yo no puede ser nuestro punto de llegada, sino sólo nuestro punto de partida. Esto lo entienden muy bien Anna Carolina Lo Bianco y Tania Rivera, las coordinadoras de la obra colectiva Descentrar a psicanálise, uma vez mais. De ahí que la obra se abra, en la introducción escrita por las coordinadoras, por el yo que no es amo ni siquiera en su propia casa.

Comenzamos por donde hay que empezar, pero tan sólo para dar el primer paso y para ir más allá. El descentramiento del sujeto con respecto al yo es insuficiente porque el centro abandonado por el yo puede ser ocupado por algo más que pase a constituir otro centro. Esto puede ocurrir incluso cuando el centro es ocupado por un ello en el que recentramos una psicología del ello que viene a reemplazar la despreciable y bastante desacreditada psicología del yo con su derivación en la psicología del self o del yo mismo entendido como redundante repliegue autoconsciente del yo sobre sí mismo.

En lugar del yo y de su mismidad, el centro puede ser ocupado también por el inconsciente y dar lugar a una psicología del inconsciente, centrada en el inconsciente. El centro puede ser también el sujeto del inconsciente, así como la histeria, el significante y muchas otras cosas. En todos los casos, tenemos un restablecimiento del centro, un recentramiento de la doctrina psicoanalítica sobre sí misma, un recentramiento sobre su núcleo de certezas.

El recentramiento del psicoanálisis es una expresión de lo que Lacan describía como las revoluciones que se resuelven y se consuman en el momento de la reacción, de la restauración, de la reconstitución del amo, de su poder, en tanto que centro. El camarada Stalin viene a ocupar el sitio político central que antes era ocupado por el Zar Nicolás II. La dictadura de una clase, la aristocracia o la burguesía, tan sólo desaparece para ceder su lugar a la dictadura de otra clase, del proletariado.

Lo cierto es que el proletariado tiene que dejar de ser lo que es para imponerse y eternizarse como clase dominante. Si puede aceptarse esta dominación de clase del proletariado, es porque no se comprende que el proletariado es la negación de sí mismo como clase y la negación también de la sociedad de clases y por ende igualmente de la dictadura de una clase, de su dominación, de su poder sobre la sociedad entera, de su posición como centro en torno a lo cual todo tiene que orbitar. Es lo mismo que no se comprende cuando se pone el ello en un lugar central que antes era ocupado por el yo, como si el ello pudiera estar en el centro, como si no fuera precisamente ello, es decir, algo que aparece apartado, allá, no aquí, no siendo yo, sino ello para el yo.

Un ello puesto en el centro ya no es ello, sino una máscara del yo, exactamente como el proletario que sube y se mantiene arriba ya no es proletario, sino un burócrata en el que Lacan descubre una forma patológica del burgués. El riesgo de aburguesar al proletariado al hacerlo ascender es algo con lo que estamos tristemente familiarizados. Para evitar que esto suceda, necesitamos recordar siempre la estrategia política del marxismo en la que es únicamente para destruir el arriba que los de abajo tienen que subir.

Darle el poder al proletariado sólo puede tener sentido, para nosotros los marxistas, como un medio para neutralizar el poder. El poder ejercido por el proletariado se ve neutralizado a causa de la irreductible incompatibilidad entre el poder positivo y un proletariado concebido como negatividad, como vacío esencial de ser y de poder, como un cero que anula cualquier poder multiplicado por él. Un poder multiplicado por 0, ejercido por el 0 proletario, arroja siempre cero como resultado.

Es para que ya no haya un centro que nosotros los marxistas queremos que el centro esté ocupado por los proletarios. De igual modo, poner el ello en el centro sólo puede tener sentido, para nosotros los freudianos, para disolver el centro, para disiparlo, para suprimirlo. Esta supresión del centro, que no es otra que la del arriba concebido como punta de la pirámide, es un punto en el que vemos converger el marxismo y el psicoanálisis consecuentes: es un desenlace del proceso analítico y de un movimiento revolucionario que no tiene absolutamente nada que ver con la restauración del poder.

La revolución que interesa en el psicoanálisis, como la que interesa en el marxismo, no es la que sustituye un centro por otro. Esto lo comprende muy bien Maria Cristina Poli, quien por eso nos recuerda en su capítulo que el referente revolucionario del psicoanálisis no debe ser Copérnico, sino Kepler, quien se distingue por haber demostrado que no hay un centro único. No sólo giramos en torno al sol con el que Lacan representó al amo, sino en torno a un foco vacío que el mismo Lacan asoció con el siempre evasivo objeto de nuestro deseo.

El objeto de nuestro deseo nos impide estar centrados en aquello que parece regir nuestra vida. El significante-amo no deja de ser desafiado por el objeto que subyace a lo que deseamos. Este mismo objeto, el objeto del psicoanálisis, debería impedirle al psicoanálisis recentrarse en cualquier significante-amo que pondría en lugar del yo de la psicología.

Cuando recentramos el psicoanálisis es ciertas nociones, estamos traicionando lo que Lo Bianco y Rivera tienen razón de llamar el “descentramiento constitutivo” del psicoanálisis. Este descentramiento es un giro no sólo metologógico, teórico y epistemológico, sino práctico social y ético-político. Es por esto que nos hemos sentido autorizados a vincular el ello con el proletariado y el yo con con el estado burocrático. Es por lo mismo que Guilherme da Veiga y Marta Rezende Cardoso han podido contraponer en su capítulo el descentramiento psicoanalítico al centramiento mortal de la masa totalitaria.

Lo que Freud nos ha legado no puede operar sino de forma constitutivamente descentrada, tortuosa, indecisa, vacilante, sin un eje rector, sin una orientación predefinida, siempre en la duda, en la incertidumbre. Esto suele olvidarse cuando sucede lo que no deja de suceder: cuando la herencia de Freud se repliega sobre sí misma y se recentra en sí misma, cuando se torna corriente de la psicología, supuesto saber metapsicológico, recetario manualesco, asignatura universitaria o dogma para dar sustento a sectas freudianas, kleinianas, lacanianas y millerianas en las que retorna la horda primordial eterna que nunca deja de retornar. Así como el retorno de la horda es incesante en las asociaciones y escuelas de psicoanálisis, de la misma forma el recentramiento del saber psicoanalítico es incesante y por ello necesitamos constantemente descentrarlo, como lo propone la obra coordinada por Lo Bianco y Rivera.

El argumento de Lo Bianco y Rivera es claro: el psicoanálisis debe descentrarse a sí mismo, descentrándose de todo aquello que él mismo pone en el centro, para poder seguir efectuando los diversos descentramientos que lo caracterizan y que no se reducen al del yo con respecto al sujeto. Hay, en efecto, otros descentramientos freudianos considerados por los autores a los que han convocado Lo Bianco y Rivera en su libro. Por ejemplo, Joel Birman discierne cuatro importantes desplazamientos descentradores en el desarrollo del pensamiento de Freud: primero de la conciencia al inconsciente, luego del yo al gran Otro, después de la representación a la pulsión y finalmente del individuo a su núcleo inconsciente social, político, exterior, éxtimo, como diría Lacan.

Los descentramientos efectuados por Freud no tienen lugar tan sólo en la teoría, como los cuatro discernidos por Birman, sino también en la técnica y en la práctica. Es el caso de al menos dos descentramientos que encontramos en la obra de Lo Bianco y Rivera. El primero de ellos, destacado en el capítulo de Roberta de Oliveira Mendes, Milena da Rosa Silva y Fernanda Pacheco-Ferreira, es el posibilitado por la asociación libre y la atención flotante que descentran al psicoanálisis del control consciente y del principio de productividad. No es necesario destacar el aspecto subversivo de este descentramiento en una sociedad neoliberal crecientemente controlada y productivista.

Otro descentramiento freudiano de índole técnica-práctica, el resaltado por Tania Rivera, es el que va de la racionalidad a la sexualidad femenina pasado por la escucha de las histéricas. La escucha de estas mujeres descentra literalmente a Freud, lo descentra de lo racional aparentemente asexual, pero también de lo sexual patriarcal. Rivera no piensa que el patriarcado haya sido subvertido y superado por Freud, pero sí reconoce en Freud un descentramiento por el que se reproduce tanto como se perturba la estructura patriarcal con su apariencia de racionalidad.

Freud consigue descentrarse por momentos del patriarcado, pero no lo subvierte ni lo supera, ya que el elemento patriarcal se encuentra en la composición estructural de todo aquello que aborda y de las categorías mismas con las que lo aborda. Lo mismo sucede con la colonialidad y con el capitalismo. La estructura capitalista, colonial y patriarcal ordena y organiza por dentro, de modo invisible, a veces a través de la racionalidad misma con la que se procede, el espacio en el que se despliegan la teoría y la práctica psicoanalítica.

El psicoanálisis no puede liberarse de la estructura, pero sí a veces desajustarse, desacoplarse, desfasarse o descentrarse de ella. El descentramiento del campo freudiano con respecto al centro estructural colonial europeo es considerado en varios capítulos. Uno de ellos es el de Miguel Mantovani Martins Gomes y Julio Sergio Verztman, quienes buscan desestabilizar el eurocentrismo del psicoanálisis al aproximarse al trauma y al duelo en poblaciones alterizadas, minorizadas, subalternizadas y ubicadas en espacios considerados simbólicamente periféricos.

La periferia permite desafiar no sólo el centro, sino su distinción con respecto a la periferia. Esta distinción es analizada y problematizada por dos capítulos. Uno es el de Roberta de Oliveira Mendes, Milena da Rosa Silva y Fernanda Pacheco-Ferreira, quienes no se limitan a pensar en las diferencias entre las regiones productoras y las consumidoras de teoría psicoanalítica, sino que se remontan al origen de los centros de producción en la producción de los centros. La pregunta que se plantea entonces es la del cómo es que lo central adviene y se mantiene como tal.

El centro y su distinción con respecto a la periferia se problematizan también en el capítulo de Thais Klein. Este capítulo cuestiona el llamado mismo a la descentralización al observar que presupone un centro como referencia. En lugar de esta polarización entre lo central y lo periférico, Klein prefiere pensar en multiplicidades para historizar la herencia freudiana en Brasil.

Resulta indudable que una historia del psicoanálisis guiada por lo múltiple es una historia más congruente con lo historizado, más psicoanalítica, más coyuntural, mas acontecimental y menos lineal y unidireccional. Esta clase de historia sería también la historia más radicalmente decolonial, descentrada, o mejor dicho, no colonial, no centrada, pues conseguiría escapar a la dualidad centro-periferia incluso antes de su constitución misma, antes de que requiramos descentrarnos. La posibilidad de una historización que prescinda totalmente de la dualidad centro/periferia es una cuestión difícil de resolver. Lo seguro es que tal dualidad forma parte del problema y entonces un gesto que la presupone, como el de descentramiento, podría no ser la solución.

El descentramiento implica el centro como la negación comporta la afirmación en el famoso texto de Freud y como la borradura del sujeto es rastro del sujeto, sutura y no forclusión, en el no menos famoso debate entre Lacan, Alain Badiou y Jacques-Alain Miller sobre el sujeto en la ciencia. Estamos atrapados en la paradoja de siempre, pero las discusiones anteriores nos indican la pregunta relevante: ¿qué es lo que se marca o se afirma implícitamente en la dualidad centro/periferia? Yo respondería que aquí el marcador es el colonial. Es tan sólo al razonar colonialmente como podemos distinguir lo central de lo periférico, aun cuando el centro no sea europeo, aun cuando esté en Pekín o en Moscú para la política o en Sao Paulo o Buenos Aires para el psicoanálisis, aun cuando se trate de un centro latinoamericano, africano o asiático.

La dualidad lógica de centro y periferia fue impuesta precisamente por el centro en la periferia, como lo han mostrado convincentemente los teóricos de la dependencia, entre ellos en especial André Gunther Frank. Este economista alemán, que fue profesor de la Universidad de Brasilia antes del golpe militar de 1964, mostró cómo la oposición entre lo central y lo periférico se introdujo con la colonización y terminó traduciéndose en la estructura satelital interna y externa de todos los países latinoamericanos, todos ellos acentuadamente centralizados no sólo en los planos político y económico, sino también en la cultura y en dispositivos culturales como el psicoanalítico. En los distintos planos y en los diversos países latinoamericanos, hay ciudades que son centros y que de algún modo están más cerca de los centros del mundo en Europa, más cerca de la metrópoli, de España o Portugal. Con respecto a estos centros, todo lo demás aparece como periférico, provinciano, y se toma evidentemente menos en serio que los centros. Además la periferia es dependiente del centro y gira en torno a él, como un satélite, según el esquema copernicano que nos recuerda Maria Cristina Poli en su capítulo inicial ya comentado an principio.

Lo que digo puede apreciarse en el psicoanálisis latinoamericano. Hablaré del caso que yo mejor conozco, el de la lacanósfera mexicana, pero me imagino que lo mismo se repite en Brasil. El psicoanálisis de la región de Michoacán, en la que yo habito, gira en torno al pequeñísimo sol del psicoanálisis de la capital, Morelia, pero este sol gira en torno a otro sol, el del psicoanálisis de la Ciudad de México, el cual, a su vez, gira en torno a París y a veces en torno a Buenos Aires que a su vez gira en torno a París.

En todos los casos, lo satelital gira en torno al centro, se guía por él, lo obedece, lo estudia y aspira a formarse o psicoanalizarse en él. Es como si París nos acercara al meollo del asunto, al Padre, al acercarnos a Lacan y a través de él a Freud. Si uno quiere llegar hasta este núcleo freudiano-lacaniano y tuvo la desgracia de nacer en un pueblito de Michoacán, su camino pasará sucesivamente por Morelia, Ciudad de México, tal vez el rodeo inútil de Buenos Aires y al final París. Este camino es obviamente un camino de vida. La existencia dependiente se confunde con su propia dependencia, como nos lo muestran los teóricos de la dependencia, revelándonos cómo esta dependencia moldea por dentro América Latina.

La Teoría de la Dependencia resulta reveladora sobre el funcionamiento del psicoanálisis, pero puede también revelarnos mucho sobre la teoría psicoanalítica y ayudarnos a adoptarla de la mejor manera en un contexto como el de América Latina. Esto nos lo demuestran Samuel Iauany Martins Silva y Vinicius Anciães Darriba en su capítulo, en el que adoptan el cuerpo económico de la Teoría de la Dependencia para aproximarse críticamente a la lectura de Marx por Lacan y a la afirmación lacaniana de una homología entre el campo marxista y el campo psicoanalítico lacaniano. Tal homología, como bien lo muestran Martins Silva y Anciães Darriba, se establece en el ámbito del consumo excesivo, pero este ámbito es muy limitado en Latinoamérica, excepto en los sectores privilegiados.

Para las mayorías populares, lo que hay es una renuncia excesiva al goce, un plus-de-privación, como lo denominaba Freud. Latinoamérica es predominantemente un espacio de explotación, de producción del plus-valor concentrado y acumulado en otros lugares en los que se realiza y se traduce en un exceso de goce que debe perderse, en un plus-de-gozar. Estos otros lugares están en Nueva York, Londres y París, así como en ciertos barrios de Rio, Sao Paulo y Buenos Aires o Ciudad de México. Tenemos aquí espacios de sobreconsumo, de goce del capital, en los que la idea lacaniana de la homología del marxismo y del psicoanálisis puede tener sentido, pero esta homología se vuelve problemática tras las vitrinas, fuera del mundo interno del capital, en los espacios de trabajo y producción, en las fábricas y en los barrios obreros, en las favelas y en los grandes edificios de interés social.

Yo diría que la homología debe no descartarse, pero sí contextualizarse, relativizarse, precisarse, problematizarse, incluso profundizarse al considerar el punto de vista del Sur Global: el del trabajo, la producción, el proletariado, pero también el importante lumpenproletariado que no deja de crecer a medida que el trabajo se automatiza y la tecnología gana terreno sobre los seres humanos. Es en esta vía en la que yo me esfuerzo desde hace varios años, descentrándome desde un principio del espacio de consumo del Norte Global, pues el centro, para un marxista como yo, está siempre ahí donde se encuentra la producción, esto es, la existencia convertida en fuerza de trabajo explotada por el sistema simbólico de lenguaje cada vez más subsumido en el sistema económico del capitalismo. Aunque esto se encuentre en cualquier lugar en el que haya un sujeto, su lugar es el del Sur Global. Esto es algo sobre lo que he reflexionado mucho, pero ahora mis reflexiones no son lo importante. Lo que importa es este libro maravilloso que me invitaron a presentar y que los invito a leer a todos.

¿Por qué retirar a Fidel Castro y al Che Guevara de su banca en la Colonia Tabacalera?

David Pavón-Cuéllar

Conjeturas:

1. Porque los revolucionarios incomodaban a los nuevos habitantes de un barrio cada vez más gentrificado. Porque estos nuevos habitantes, a diferencia de los demás, gozan de una influencia que les permite ser escuchados y obedecidos por las autoridades. Porque los mismos nuevos habitantes, los de arriba, no podían soportar la visión de quienes tanto lucharon por los de abajo.

2. Porque es más fácil arrancar dos esculturas de bronce que reducir la tasa de criminalidad y la creciente percepción de inseguridad en la alcaldía Cuauhtémoc (del 54% en 2024 al 60% en 2025). Porque es más espectacular deshacerse del patrimonio que preservarlo al restaurar las ruinas de las antiguas edificaciones de la alcaldía. Porque se vende más derribar una obra del fallecido escultor Óscar Ponzanelli que mantener mínimamente limpias las calles aledañas.

3. Porque la tendencia es restar y no sumar, destruir y no crear, olvidar y no recordar, perder y no conservar el espacio público. Porque el Che y Fidel, sin dinero en sus bolsillos, ocupaban tres metros cuadrados que podían ser mejor utilizados por una mesa de los restaurantes que invaden ilegalmente las aceras del barrio a cambio de sobornos para funcionarios de la alcaldía.

4. Porque los dos revolucionarios eran algo demasiado auténtico y veraz, ofensivamente honesto y verdadero, para quienes han tenido poder para borrarlos de su presencia. Porque la alcaldesa que ordenó retirarlos necesitaba una cortina de humo para cubrir los recientes rumores sobre sus gastos, sus vínculos y su viaje a un «país» que ella describe con el nombre de «Madrid». Porque la alcaldesa es quien es, no sólo priista y derechista, no sólo resplandecientemente blanqueada, no sólo rica empresaria e hija de ricos empresarios, no sólo hermana de influencers de fitness, sino alguien que bautizó a sus tres hijos «Martinah», «Lucah» y «Milah», donde la «h» permite acentuar la última sílaba, dando a los nombres una sonoridad elegantemente francesa, europea, extranjera. Con el precedente de esa «h», ¿cómo tolerar todo lo que el Che y Fidel representaban mientras descansaban tranquilamente en su banca de la Colonia Tabacalera?

Raza y racismo del capital: una breve reflexión en clave marxista y lacaniana

Foto: Viktor Forgacs / Unsplash

Artículo publicado el 19 de junio de 2025 en la revista La Tizza de Cuba y elaborado a partir de una intervención del 9 de mayo del mismo año en las Jornadas Autoconvocadas «El psicoanálisis en los márgenes«, en Córdoba, Argentina

David Pavón-Cuéllar

Determinación racial en Marx

La tradición marxista nos ha enseñado a concebir la raza como algo ideológicamente producido por un proceso de racialización que suele ser de índole racista. Como producto ideológico del racismo, la raza es generalmente cuestionada por el marxismo, a través de una crítica de la ideología, con el propósito de revelar su verdad, la verdad subyacente a la ideología racista. Esa verdad, para Marx y quienes lo siguen, ha radicado a menudo en la clase, lo que no quiere decir que la raza, en relación con la clase, deba ser vista como una suerte de epifenómeno, como una cuestión superflua o secundaria, derivada y determinada, no determinante.

Reconociendo la importancia de la determinación racial, Marx ya notaba en El capital cómo «el trabajo de los blancos no puede emanciparse ahí donde esté esclavizado el trabajo de los negros».[1] La convicción de Marx es que la opresión de una raza favorece e incluso posibilita la explotación de clase. En otras palabras, el clasismo se reproduce con el apoyo del racismo.

Las divisiones raciales, como las nacionales y culturales, funcionan para Marx como recursos ideológicos útiles e incluso a veces necesarios para proteger y así perpetuar la división de clases y el sistema capitalista. Como tales, tienen un carácter determinante. De ahí que un «antagonismo» como el que había entre irlandeses e ingleses en el siglo XIX «se alimentara artificialmente y se estimulara con la prensa, los sermones, las revistas humorísticas, en suma, con todos los medios de los que disponían las clases dominantes», las cuales comprendían que dicho antagonismo «era el secreto de la impotencia de la clase obrera inglesa».[2] La clase explotada se debilitaba y subyugaba eficazmente al ser dividida por un antagonismo racial-nacional de naturaleza ideológica.

Raza y racismo en la tradición marxista

El marxismo ha reconocido el carácter determinante del racismo. Ese reconocimiento, empero, no ha llevado a soslayar la determinación económica de clase. Por ejemplo, en su famoso libro Los jacobinos negros, Cyril Lionel Robert James tiene claro que «la cuestión racial es subsidiaria de la cuestión clasista», pero no por ello deja de advertir que la consideración del «factor racial como algo meramente incidental no es un error menos grave que entenderlo como fundamental».[3] Aunque no sea el fundamento del sistema, la raza juega un papel decisivo en él, como bien lo demuestra James en la relación entre blancos y negros en Haití.

Incluso los marxistas más economicistas, los más propensos a reducir o subordinar la cuestión racial a la de clase, han reconocido la importancia del mecanismo ideológico racial. Es con este mecanismo con el que se «racionaliza» la opresión y explotación de los negros para Oliver Cromwell Cox[4] y luego para Walter Rodney.[5] Es también con el mecanismo ideológico racial con el que se «legitima» la misma explotación de los negros y se «compensa» a los explotados blancos para Michael Reich.[6] El racismo sirve finalmente para «dividir» a los explotados y «justificar» su explotación en diversos autores marxistas como Howard Sherman[7] y Alex Callinicos.[8]

A medida que nos alejamos del economicismo, el racismo va tornándose cada vez más determinante. El marxista peruano José Carlos Mariátegui ya observaba cómo las jerarquías raciales coloniales determinaban las posiciones de clase en la sociedad latinoamericana poscolonial, determinándolas estructuralmente a través de la materialidad histórica de la propiedad de la tierra.[9] Esa determinación material y estructural por la raza reaparecerá en la órbita del marxismo estadounidense: primero en Robert Blauner, quien demuestra cómo la formación racial ha organizado la división de clases en los Estados Unidos, haciendo que los sujetos de color sean oprimidos como colonizados por el mismo proceso por el que son explotados como trabajadores,[10] y luego en Cédric Robinson, quien argumenta que aquello que él llama «racialismo» es una «fuerza material» que estructura el capitalismo, el cual, por ende, sería siempre un «capitalismo racial».[11] De modo análogo, en Álvaro García Linera, el racismo sirve no sólo para «etnificar» la explotación capitalista y para naturalizar «condiciones socioeconómicas de exclusión y dominación» en la región andina, sino para «construir objetivamente» esas condiciones materiales, creando su “«base estructural».[12] Tanto en García Linera como en Robinson, Blauner y Mariátegui, la cuestión racial está situada en el nivel determinante de la estructura y de su materialidad.

Que la raza y el racismo operen como factores materiales y estructurales determinantes en los autores mencionados no supone, a mi juicio, que se trate de factores ajenos o exteriores a la esfera ideológica. Lo que aquí se está demostrando es más bien que las ideologías raciales y racistas, como cualesquiera otras, poseen aquello que Louis Althusser habría descrito como un «índice de eficacia» estructural por el que pueden sobredeterminar materialmente cada cosa que ocurre en la estructura, incluso las relaciones de clases.[13] Esa eficacia podría explicarse por una suerte de fetichización por la cual el efecto fetichizado puede tornarse causa incluso de su propia causa.

Racismo determinante y determinado, básico y derivado, infraestructural y superestructural

La eficacia estructural de la raza es confirmada por Frantz Fanon cuando se refiere a la situación colonial en la que «uno es rico porque es blanco, así como uno es blanco porque es rico».[14] Lo que hay aquí es una sobredeterminación recíproca entre las posiciones económica de clase e ideológica racial. En los términos de Fanon, «la infraestructura es igualmente una superestructura».[15] Por eso podemos concluir, siempre con Fanon, que «los análisis marxistas deben distenderse ligeramente» ante la situación colonial.[16] En realidad, más que distenderse, deben dialectizarse e historizarse, con lo que serán auténticamente marxistas, pues el análisis marxista es necesariamente dialéctico e histórico.

Historizar el análisis marxista de la raza es remontarse del producto racial a su producción ideológica en la historia, del estado final de la raza al proceso de racialización, pero es también reconocer, como lo hace Stuart Hall, que la raza y el racismo son prácticas sociales concretas que sólo pueden entenderse en coyunturas históricas específicas.[17] Es lo mismo que reconocen Michael Omi y Howard Winant, quienes observan cómo las significaciones raciales cambian constantemente en la historia, siempre determinadas por fuerzas sociales, económicas y políticas[18]. Las significaciones resultantes son entonces determinadas, pero también determinantes de las mismas fuerzas, indirectamente sobredeterminantes por delegación o representación.

Es por la sobredeterminación racial por la que nuestro análisis, además de historizado, tiene que ser dialectizado. Un análisis dialéctico inspirado por Althusser, con su tan incomprendida sensibilidad marxista y psicoanalítica, reconocerá que la raza fetichizada puede ser tan sobredeterminante como determinada, tan infraestructural como superestructural. Es por esto que la raza, gracias a su fetichización, puede ser tanto una condición ideológica estructurante de la clase como una ideología mistificadora que tiene su verdad en la clase.  

Con todo, por más que se dialectice, un análisis auténticamente marxista no puede ser él mismo racista al aceptar la raza como una realidad originaria, biológica, natural, perceptible, material y objetiva. La raza es todo lo contrario: es el producto ideológico de un proceso de racialización; un producto cambiante y contingente, artificial y engañoso, que tiene su verdad en otra escena y que por ello debe ser interpretado, así como criticado por quienes adoptamos una perspectiva marxista. Para nosotros, la raza debe ser objeto de una crítica de la ideología, tanto cuando procede como un mecanismo que ideológicamente protege, legitima, justifica, naturaliza y racionaliza la explotación de clase, como cuando interviene como una dimensión colonial ideológica determinante, organizadora y estructurante del capitalismo.

Raza y racismo como ideología

La raza es entonces algo criticable para nosotros los marxistas. De hecho, para muchos de nosotros, ni siquiera sería correcto decir que existe la «raza». La palabra no designaría nada en la realidad; carecería de referentes reales, apuntando a un significado ideológico producido por un discurso racista que rige un proceso histórico de racialización. 

Es verdad que el racismo parece referirse a diferencias raciales ya existentes, pero esas diferencias no significan prácticamente nada por sí mismas. ¿Qué podría significar tener tez más oscura, nariz más chata, labios más gruesos o cabello más rizado? Alguien dirá que esas diferencias tienen significados biológicos evolutivos, pero esto no es lo que significan, sino lo que las causa y lo que son, rastros del ambiente en lo que son, marcas de su adaptación a un ambiente que deja huellas que suscitan diferencias.

Diferenciarse racialmente no significa nada más allá de las propias diferencias raciales con sus marcas biológicas perceptibles. En lo que se percibe, no hay más que aquello que se percibe: las diferencias físicas opacas y enigmáticas, tal vez perceptibles, mas no inteligibles. Estas diferencias no son significativas en la realidad, fuera de su interpretación ideológica racista, más allá del significado que se les asigna.

Existencia retroactiva de la raza

Las diferencias raciales no tienen otro significado que el asignado por la ideología racista. Sin embargo, una vez que reciben este significado, las diferencias raciales tienen efectos reales, en cuanto permiten racionalizar, legitimar, justificar, proteger y sostener ciertas relaciones de clase, como en Marx, Cox, Rodney, Reich, Sherman y Callinicos, o bien determinar y estructurar el sistema capitalista, como en Robinson, Blauner, Mariátegui y García Linera. Estos marxistas han apreciado todo lo que puede hacer la raza, pero tan sólo puede hacerlo una vez que ha sido producida por el racismo en el que se realiza el proceso de racialización.

Es en el discurso racista donde se produce la raza como algo sólo significativo en el reino ideológico, pero no por ello menos eficaz, en parte porque se produce en una lógica retroactiva elucidada por Jacques Lacan.[19] Esta lógica es aquella por la que un sujeto cree tener ciertos rasgos antes de recibirlos del discurso que los produce retroactivamente. ¿Acaso no es la misma lógica retroactiva por la que tenemos la impresión de que la raza es anterior al racismo?

La impresión retroactiva de anterioridad, como lo ha notado Lacan, termina materializándose, convirtiéndose en una realidad concreta, cuando actuamos en función de la raza que nos atribuimos retroactivamente. La retroactividad puede expresarse aquí a través de una conjugación en futuro perfecto, donde las diferencias raciales habrán significado algo, haciéndonos actuar de cierto modo, en virtud del significado que reciben del discurso racista. Es así, determinando retroactivamente nuestra actividad, como el racismo consigue que la raza opere como base determinante, como infraestructura y no como superestructura, tal como lo había constatado Fanon. 

Sin discrepar de la hipótesis fanoniana, debemos resaltar que es el mismo racismo, inherente al orden colonial y neocolonial, el que se fundamenta retroactivamente a sí mismo al producir la raza como algo significativo en lo ideológico. Luego, al negar la existencia de esta raza, nosotros los marxistas intentamos socavar el racismo, dejarlo sin fundamento. El intento es honesto, necesario y está más que justificado en la teoría, pero fracasa en la práctica, pues el racismo es autosuficiente, por así decirlo, en la medida en que puede producir cuanta raza necesita para fundamentarse y sostenerse.

Dimensiones real, simbólica e imaginaria de la raza

La existencia de la raza es constantemente asegurada por el proceso de racialización llevado a cabo por el discurso racista. Este discurso procede a través de palabras, de significantes racistas, para producir un significado racial. No hay aquí nada real, excepto las ya mencionadas características en los rasgos faciales o en el color de la piel.

Tenemos entonces tres dimensiones de la raza: una real, otra simbólica y otra más imaginaria, las cuales corresponden aproximadamente a los registros que Lacan ha descrito en los mismos términos[20]. Como en Lacan, las tres dimensiones resultan indisociables entre sí. La dimensión real consiste no en la raza propiamente dicha, sino en genes, aspectos fenotípicos, pigmentos en la piel y otras determinaciones biológicas oscuras, insignificantes e ininteligibles. Estas determinaciones se vuelven significantes en lo simbólico del discurso racista y es así también como se tornan significativas, como adquieren un significado, en lo imaginario de la raza, de la inferioridad o la superioridad racial. Digamos que lo real del cuerpo es racializado por lo simbólico del racismo y es así como aparecen las significaciones raciales en lo imaginario.

Lo imaginario de la raza estriba en la realidad ilusoria que atribuimos a la raza, en la forma en que nos la representamos, en lo que nos imaginamos de ella, en lo que nuestros deseos y angustias proyectan sobre ella, como lo que se pinta en las imágenes del negro brutal e hipersexualizado, el árabe fanático y terrorista, el amarillo sucio y tramposo, el indígena torpe y salvaje, el judío mezquino, avaro y conspirador. Lo simbólico de la raza radica en estas palabras con las que describimos las imágenes, en los significantes y discursos racistas que subyacen a lo imaginario, pero también en sus complejas relaciones históricas inconscientes con otros discursos y significantes en el sistema simbólico de la cultura, como las relaciones entre el judaísmo y el origen, entre el árabe y la violencia, entre el indígena y la naturaleza, entre el blanco y la civilización o la modernidad. Finalmente, lo real de la raza, lo imposible por lo que la raza no puede ser más que ideológica, es el vacío en el que todo lo anterior está desplegado y suspendido, lo que falta y sobra en lo simbólico y lo imaginario, aquello del cuerpo que no significa nada por sí mismo, pero padece todo lo que se hace que signifique.

Blancura y blanquitud

Podemos utilizar palabras distintas para designar lo real, lo simbólico y lo imaginario de la raza. Tratándose de lo blanco, por ejemplo, el término de «blancura» suele referirse a lo real de la coloración genética o fenotípica de la piel, mientras que el concepto de «blanquitud» ha sido empleado por autores como el marxista ecuatoriano Bolívar Echeverría para nombrar algo que yo describiría como un complejo simbólico-imaginario de significantes y significados vinculados con la blancura. El color blanco de la piel, históricamente asociado con el poder político y económico, terminaría significando ese poder y luego siendo significado por él, de tal modo que lo blanco empoderaría tanto como el poder blanquearía.

El blanqueamiento por el poder político y económico produce un color blanco o blanquecino que no es real, sino simbólico e imaginario. Un millonario nigeriano educado en Harvard se blanquea por su educación y sus millones, por la forma en que esto se manifiesta en su lenguaje o en su vestimenta, y no forzosamente por su menor pigmentación cutánea, lo que no excluye, desde luego, que el mismo nigeriano consiga reducir esta pigmentación a través de cremas blanqueadoras. Las cremas pueden servir para dar un aparente sustento real a lo simbólico e imaginario de la blanquitud, pero no son lo decisivo. Aunque nuestro millonario de Nigeria no use tales cremas y el color de su piel sea realmente muy negro, será blanqueado, parecerá más blanco gracias al reflejo imaginario del valor simbólico de su educación y de sus millones, pero gracias también a las conexiones igualmente simbólicas de esa educación y esos millones con la historia y con la cultura, particularmente con el capitalismo y con el colonialismo y el neocolonialismo en el mundo moderno. Es en estas conexiones en las que se concentra Echeverría cuando elabora su concepto de blanquitud.

En su conceptualización por Echeverría, la blanquitud se distingue de la blancura por no ser «étnica», sino «ética» e «identitaria».[21] La blanquitud, en efecto, corresponde a lo que Max Weber concibió como la ética protestante en el espíritu del capitalismo.[22] Es dicha «ética encarnada», la ética del «autosacrificio» en el altar del sistema capitalista, una «pura funcionalidad ética o civilizatoria» de los individuos en la acumulación del capital[23].  Someterse al capital de modo ético, voluntario y voluntarioso, reflexivo y disciplinado, no es ni más ni menos que blanquearse de modo simbólico e imaginario, alcanzando así la blanquitud a la que se refiere Echeverría.

La raza blanca del capital

Podemos ir más allá de Echeverría y afirmar que la blanquitud es el color simbólico e imaginario del capital. Cuando el capital adquiere visibilidad, se nos muestra blanco, no de blancura, sino de blanquitud. Es por esta blanquitud que el capital puede blanquear a los capitalistas que lo personifican, a los intelectuales que lo interpretan y a los políticos y gobernantes que lo representan. Estas diversas formas de subjetivación del capital intentan y frecuentemente consiguen ser blancas, en la medida en que hacen aparecer al capital en su blanquitud, la del sujeto de la psicología dominante, el sujeto distintivamente blanco, el descorporizado, el aislado y atomizado, individualizado y disciplinado, asertivo y agresivo, posesivo y acumulativo, ahorrativo y consumista, voraz e insaciable, conquistador y expansionista.

Si la blanquitud comprende todas las disposiciones subjetivas funcionales para el capitalismo, es porque ella misma constituye la identidad ideológica racial del sistema capitalista. Podemos decir entonces que el capital es de raza blanca, no sólo por ser originariamente europeo, no sólo por haber sido históricamente engendrado y formado por la matriz cultural de Europa, sino por ser él mismo constitutivamente blanco en su particularidad cultural, culturalmente blanco en su complexión ideológica, ideológicamente blanco incluso en su funcionamiento económico. Es por esto que la ideología racista no es algo derivado ni secundario para el capitalismo, no limitándose a legitimarlo, justificarlo, naturalizarlo y racionalizarlo, sino sosteniéndolo, determinándolo, organizándolo y estructurándolo.

El capital necesita del racismo no sólo para todo lo que se ha dicho, sino para preservarse al preservar su blanquitud, su forma ideológicamente blanca de subjetividad siempre amenazada por otras culturas con otras formas éticas-políticas de subjetivación. Mientras el sistema económico del capitalismo va subsumiendo y así degradando los sistemas simbólicos de otras culturas, su ideología racista y colonial protege al capital contra esas otras culturas. Es aquí, a mi parecer, donde radica la clave de la concepción marxiana del racismo como un mecanismo ideológico protector.

La ideología racista, en términos lacanianos, es una suerte de barrera que protege no exactamente al Gran Otro de una civilización europea que siempre se ha enriquecido por el contacto con otras culturas, sino al Capital en el que va convirtiéndose el Gran Otro a medida que el sistema simbólico de la cultura europea o de cualquier otra va quedando realmente subsumido en el sistema capitalista. Es el goce del capital el que se protege con el racismo.[24] Es la acumulación capitalista la que debe defenderse contra quienes la desafían, contra los sujetos que no quieren o no pueden adaptarse y sacrificarse ante el capital gozoso al subjetivarlo, al aislarse e individualizarse, al disciplinarse y capitalizarse, al blanquearse y al asumir la blanquitud.


[1] Karl Marx, El capital I (1867), Ciudad de México, FCE, 2008, p. 239.

[2] Marx, «Carlos Marx a Sigfrido Meyer y a Augusto Vogt» (1870), en Marx y Engels, Acerca del colonialismo, Moscú, Progreso, 1970, p. 146.

[3] Cyril Lionel Robert James, Los jacobinos negros: Toussaint L´Ouverture y la revolución de Saint-Domingue (1938), La Habana, Casa de las Américas, 2010, p. 213.

[4] Oliver Cromwell Cox, Caste, Class and Race, Nueva York, Monthly Review Press, 1948, p. 528.

[5] Walter Rodney, The groundings with my brothers (1969), Kingston, Miguel Lorne, 2001, p. 25.

[6] Michael Reich, «The Economics of Racism», en Political Economy, Lexington, Heath, 1971, p. 320.

[7] Howard Sherman, Radical Political Economy, Nueva York, Basic Books, 1972, pp. 180-181.

[8] Alex Callinicos, «Race and class», International Socialism 2.55 (1992), pp. 3-39

[9] José Carlos Mariátegui, Siete ensayos de interpretación de la realidad peruana (1928), Lima, Amauta, 1989.

[10] Robert Blauner, Racial Oppression in America, Nueva York, Harper and Row, 1972.

[11] Cedric Robinson, Black Marxism: The Making of the Black Radical Tradition (1983), Durham, University of North Carolina, 2000, pp. 9, 317.

[12] Álvaro García Linera, La potencia plebeya, La Habana, Casa de las Américas, 2011, pp. 179-186.

[13] Louis Althusser, «L’objet de Capital» (1965), en Lire le Capital (1965), París, PUF, 1996, p. 283.

[14] Frantz Fanon, Les damnés de la terre (1961), París, La Découverte, 2012, p. 43.

[15] Ibid.

[16] Ibid.

[17] Stuart Hall, «Race, articulation and societies structured in dominance», en Sociological Theories: Race and Colonialism, París, UNESCO, 1980, pp. 305-345.

[18] Michael Omi y Howard Winant, Racial Formation in the United States from the 1960s to the 1980s, Nueva York, Routledge y Kegan Paul, 1986.

[19] Jacques Lacan, Le séminaire, livre XVI, D’un Autre à l’autre (1968-1969), París, Seuil, 2006, pp. 50-53.

[20] Lacan, “Le symbolique, l’imaginaire et le réel”, en Des Noms-du-Père, París, Seuil, 2005, pp. 65-104.

[21] Bolívar Echeverría, Modernidad y blanquitud (2010), Ciudad de México, Era Bolsillo, 2016, pp. 61, 67.

[22] Max Weber, La ética protestante y el espíritu del capitalismo (1904),Ciudad deMéxico: FCE, 1984. 

[23] Bolívar Echeverría, Modernidad y blanquitud, op. cit., pp. 57-60, 86.

[24] David Pavón-Cuéllar, «Ontología del capitalismo: violencia estructural y reducción del ser al goce del capital», Castalia 39 (2022), pp. 9-18.

Infamias de Israel

David Pavón-Cuéllar

Que Israel desate su guerra contra Irán con el pretexto del programa nuclear iraní: programa que Irán estaba dispuesto a negociar y que de hecho negociaría en estos días.

Que Israel, teniendo medio centenar de bombas atómicas, ataque a Irán por querer tener algunas de tales bombas, como si únicamente Israel gozara del privilegio de tenerlas en Medio Oriente y como si el afán de Irán de tenerlas no hubiera sido ya desmentido recientemente por expertos e incluso por Tulsi Gabbard, la Directora Nacional de Inteligencia de Estados Unidos.

Que Israel presente a Irán como la gran amenaza nuclear para el mundo, cuando sabemos que Irán, a diferencia de Israel, no tiene bombas atómicas, ha firmado el Tratado de no Proliferación de Armas Nucleares y se ha sometido a varias inspecciones del Organismo Internacional de Energía Atómica.

Que se culpe de la violencia en Medio Oriente a Irán, un país que jamás atacó a sus vecinos, excepto defensivamente a Irak entre 1980 y 1988, mientras que Israel atacó en el último año a Palestina, Siria, Yemén, Líbano y ahora Irán.

Que Israel mate, por cada uno de sus muertos, aproximadamente a 10 iraníes y 50 palestinos, y que sean mayoritariamente civiles, ancianos, mujeres y niños.

Que Israel esté utilizando la cortina de fuego y humo de la infame guerra contra Irán para ocultar la mayor de las infamias, la del genocidio en Gaza, donde los israelíes están hambreando a la población, han exterminado con sus bombas al menos a 50 mil inocentes y ahora se dedican a masacrar diariamente a decenas de civiles que hacen filas por alimentos.

Que las infames acciones militares israelíes estén destruyendo, contaminando y calentando el planeta más que las existencias de los centenares de millones de habitantes más pobres de África, Asia y América Latina, que son quienes más habrán de sufrir las consecuencias de la devastación planetaria.

Que tantos gobiernos del mundo, entre ellos los más aficionados a dar lecciones morales, apoyen a Israel o permanezcan mudos e indiferentes ante sus infamias, aun cuando las conocen perfectamente.

Palestina y California

David Pavón-Cuéllar

Nos arrebataron Palestina y California, pero nos aferramos a lo nuestro. Nos quedamos o volvimos, no para exigir que nos devolvieran lo que de cualquier modo siempre será nuestro, sino para estar ahí, para trabajar, vivir y amar.

Nos dejamos despreciar, humillar y explotar por los mismos que nos habían robado la tierra. Les permitimos que se enriquecieran a costa de nosotros, pero ahora sienten que les estorbamos y quieren expulsarnos, deshacerse de nosotros, arrancarnos de la tierra en la que nos arraigamos con la fuerza del olivo y del mezquite.

Quizás nos quieran fuera de su vista porque somos testigos de lo que han hecho, porque saben que sabemos lo que son, porque les recordamos el origen de su riqueza, porque tienen mala conciencia. Tal vez teman que reclamemos una parte de todo aquello de lo que nos han despojado. Lo seguro es que se aferran a su botín, a sus shekels y a sus dólares, al cascarón vacío de Israel y Estados Unidos.

Nosotros nos quedaremos con el contenido, con la médula, con lo importante, con lo verdadero. Somos quienes tenemos la razón, la humanidad, las raíces que hundimos en la tierra. Es por eso que preservamos también la solidaridad por la que navegamos hasta Gaza con medicamentos y alimentos. Nos han impedido llegar porque se obstinan en matarnos de hambre, pero seguiremos viviendo.

No se van a deshacer tan fácilmente de nosotros. Somos demasiados. Somos la inmensa mayoría. Somos todos los que siguen siendo humanos.

Gaza: tres notas ante el genocidio

David Pavón-Cuéllar

Primera nota, 18 de mayo de 2025

La israelí Yuval Raphael acaba de ganar el segundo lugar en Eurovisión, el mayor concurso anual de música popular comercial de Europa. Su empalagosa «New day will rise» fue la canción favorita de un público previamente movilizado por la extrema derecha europea. Si este público prefirió a Yuval que a otros cantantes, fue principalmente por una motivación política y no por un criterio artístico ni por un gusto personal, como se ha reconocido en medios tanto derechistas como centristas e izquierdistas.

Hay cierto consenso en el diagnóstico de que el público europeo de Eurovisión, al igual que sus actuales gobiernos, ha hecho un importante gesto simbólico de respaldo a la actual política de Israel. Aquí lo escalofriante es que a estas alturas, con todas las informaciones que han estado circulando, los votantes de Yuval saben perfectamente qué es aquello por lo que han votado: un genocidio, un programa de limpieza étnica, una hambruna que está matando a cada vez más niños de Gaza y unos bombardeos que han provocado ya la muerte de aproximadamente 50 mil palestinos desde octubre de 2023.

Ayer, en el mismo día en que se realizó el concurso de Eurovisión, los medios informaban sobre un centenar de palestinos asesinados por bombardeos israelíes. Hoy, mientras nos enteramos de los 34 gazatíes asesinados por drones de Israel en el campo de refugiados en Mawasi, nos llega la noticia del triunfo de la canción de Yuval. Esta canción tan sólo tiene algo que anunciar ante la catástrofe: «Dreams are coming true» («los sueños están cumpliéndose»).

Lo seguro es que estamos acercándonos precipitadamente al cumplimiento de los sueños del sionismo israelí. ¿Por qué será que este cumplimiento entusiasma tanto a las extremas derechas europeas? Quizás porque se trata del cumplimiento de los sueños de cierta Europa antisemita que ahora se prolonga en Israel para despojar y exterminar al nuevo semita, ya no el judío, sino el palestino.

Segunda nota, 20 de mayo de 2025

Hoy más que nunca, si queremos honrar la sagrada memoria de la Shoah, tendremos que honrar la igualmente sagrada memoria de la Nakba. Condenar el genocidio en Gaza es una condición indispensable para demostrar nuestra sinceridad al condenar el holocausto en la Europa dominada por los nazis. Rechazar el nazismo que exterminó a los judíos nos exige repudiar el sionismo que está masacrando a los gazatíes.

Hoy más que nunca, solidarizarse con los palestinos es la única forma de estar entre los justos que alguna vez mostraron solidaridad con los judíos perseguidos por el nazismo. Si queremos luchar de verdad contra el antisemitismo, tendremos que oponernos al odio hacia el palestino como actual figura del semita racializado y perseguido. Amar al habitante de Gaza es la mejor manera de amar a quien antes estuvo recluido en Dachau, Buchenwald y Auschwitz.

Hoy más que nunca, defender el judaísmo es también defenderlo contra su nazificación, degradación e instrumentalización en el indefendible régimen sionista israelí de Netanyahu. El actual Estado de Israel, atroz cara política del capitalismo neoliberal en su fase neofascista, ha traicionado la milenaria herencia cultural judía y se ha convertido en una amenaza para ella. Es como si lo peor del antisemitismo europeo hubiera sido inoculado en algunas de sus víctimas para que fueran ellas mismas las que se destruyeran.

Tercera nota, 24 de mayo de 2025

Lo preocupante no es tan sólo eso que ya somos y por lo que puede ocurrir lo que está ocurriendo, sino algo más que habremos llegado a ser como consecuencia de lo que ocurre. ¿Cómo estaremos dañándonos, mutilándonos, insensibilizándonos y pervirtiéndonos al presenciar en vivo el exterminio, al reconocernos impotentes ante él y al mismo tiempo culpables de él por acción u omisión? ¿Cómo nos veremos al recordar que, mientras Israel vaciaba la Franja de Gaza, nosotros inevitablemente nos ocupábamos de nuestros asuntos, nos distraíamos y mirábamos hacia otro lado, sonreíamos y disfrutábamos la vida? ¿Cómo nos juzgaremos y nos trataremos al reconocernos como partícipes, al saber que votamos por gobiernos cómplices o indiferentes, al pensar en que no pasó un instante sin que dejáramos de sostener al sistema responsable de todo esto?

¿Qué pasará con lo que somos al haber formado parte de la generación que está perpetrando el genocidio? ¿Qué será de nosotros por haberlo presenciado, por sentir que lo hemos permitido, por haber estado entre quienes lo relativizaban por números de muertos o lo justificaban por un atentado terrorista o lo celebraban con banderas de Israel? Tolerando todo esto, ¿qué seremos? ¿En qué nos estaremos convirtiendo a través de fenómenos como el de los enjambres de emoticones que sonríen gozosamente ante las imágenes de los niños palestinos asesinados, amputados o hambreados?

Una vez que todo esto haya sucedido, ¿qué será lo que sigue? ¿Qué permitiremos ahora? ¿De qué seremos capaces? ¿Qué será lo que habremos llegado a ser? ¿Qué veremos cada uno en su espejo? ¿Cómo nos veremos unos a otros? ¿Qué sentiremos y qué dejaremos de sentir? ¿Qué nos permitiremos ahora? ¿Qué nos haremos? ¿Qué puede ocurrir en lo sucesivo?